Fondamenti biblici e teologici

Icona della Trinità di Rublev
“… Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perchè il mondo creda che tu mi hai mandato.” (Gv. 17,21).
La Trinità. … Mistero di Dio messo nelle nostre mani …
Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza e Dio è Uno e Trino, è Comunità. L’essere creati a sua immagine coinvolge profondamente tutta la nostra vita nel desiderare di essere in comunione almeno con qualcuno. è nel nostro “DNA” di Figli di Dio. La “Preghiera” di Gesù che S. Giovanni riporta nel Vangelo esprime tutto il desiderio del Signore che anche noi possiamo vivere la Comunione-Trinità. Più siamo in comunione con Dio, con i fratelli e in noi stessi, più risplende in noi questo essere a immagine e somiglianza di Dio e più si manifesta a tutti che Dio è Uno e Trino.
La Chiesa. … Per la maggioranza dei battezzati di oggi è purtroppo, “la Grande Sconosciuta”, ma è il dono grandissimo che Gesù ci ha fatto. Attraverso la Chiesa riceviamo lo Spirito Santo nel Battesimo, entriamo a far parte del Corpo di Cristo di cui Egli è il Capo e veniamo così inseriti nella Trinità. Noi siamo le “Pietre Vive” di questo “Edificio spirituale” del quale Cristo è la “Pietra Angolare”. La Chiesa è la nostra “Madre”, la nostra “Famiglia”, la nostra “Comunità”, la nostra “Protezione”, è la manifestazione del Regno di Dio in mezzo agli uomini, è la presenza di Gesù che passa attraverso i Sacramenti, ma anche attraverso la nostra debolezza e i nostri limiti …
La Comunione è Dono da chiedere a Dio incessantemente, senza scoraggiamenti, in ogni situazione della vita. Saremo sicuramente esauditi, perchè è quello che Gesù stesso ha chiesto per noi e per il quale ha dato la sua vita. Ciò che rompe la comunione infatti è il peccato. Satana, il “divisore”, cerca in tutti i modi di distruggere ogni barlume di comunione, perchè è la realtà della quale ha più paura. La “famiglia” ad esempio, oggi sembra essere chiamata in “prima linea” in questa “lotta”. Sicuramente ne uscirà vittoriosa e rafforzata potentemente perchè il male è già stato vinto!
La Provvidenza ha predisposto le cose per cui questo sito è stato aperto nella Solennità della Santissima Trinità. Questa Festa sarebbe bello fosse valorizzata di più in tutta la Chiesa, perchè potrebbe essere l’occasione per approfondire l’aspetto comunitario della vita cristiana. “Come tu o Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola …” Da qui nasce la Festa! Questa è veramente una meravigliosa realtà da festeggiare!
Esercizi Spirituali 26 -30 Luglio 2010
Dalle meditazioni di Padre Giovanni Terzo, della Comunità Missionaria di Villaregia, all’Associazione “Il Seguito di Gesù” in occasione degli Esercizi Spirituali estivi
a Santa Giustina Bellunese presso il Centro “Papa Luciani”.
PRIMA MEDITAZIONE
La santità comunitaria: cammino proposto dai documenti della Chiesa.
- La vita di comunione come dono dello Spirito.
- La vita di comunione modellata sulla Trinità.
- Una santità per tutti gli stati di vita: laici, presbiteri, consacrati.
- Comunione come via di santità comunitaria da scoprire e da assumere.
- Una santità che passa per la relazione.
- LA SANTITÀ COMUNITARIA COME DONO DELLO SPIRITO ALLA CHIESA.
Il santo Padre alla preghiera del Regina Coeli del 23 maggio di quest’anno, solennità della Pentecoste, ha detto che il dono dello Spirito continua a rinnovare la Chiesa ed ad effondersi in maniera particolare in alcuni momenti forti: tra questi il Concilio Vaticano II e l’incontro di Giovanni Paolo II con i movimenti ecclesiali nella Pentecoste del 1998
” Il mistero della Pentecoste, che giustamente noi identifichiamo con quell’evento, vero “battesimo” della Chiesa, non si esaurisce però in esso. La Chiesa, infatti, vive costantemente della effusione dello Spirito Santo, senza il quale essa esaurirebbe le proprie forze, come una barca a vela a cui venisse a mancare il vento. La Pentecoste si rinnova in modo particolare in alcuni momenti forti, a livello sia locale sia universale, sia in piccole assemblee che in grandi convocazioni. I Concili, ad esempio, hanno avuto sessioni gratificate da speciali effusioni dello Spirito Santo, e tra questi vi è certamente il Concilio Ecumenico Vaticano II. Possiamo ricordare anche il celebre incontro dei movimenti ecclesiali con il Venerabile Giovanni Paolo II, qui in Piazza San Pietro, proprio nella Pentecoste del 1998. Ma la Chiesa conosce innumerevoli “pentecoste” che vivificano le comunità locali: pensiamo alle Liturgie, in particolare a quelle vissute in momenti speciali per la vita della comunità, nelle quali la forza di Dio si è percepita in modo evidente infondendo negli animi gioia ed entusiasmo. Pensiamo a tanti convegni di preghiera, in cui i giovani sentono chiaramente la chiamata di Dio a radicare la loro vita nel suo amore, anche consacrandosi interamente a Lui. Non c’è dunque Chiesa senza Pentecoste. E vorrei aggiungere: non c’è Pentecoste senza la Vergine Maria.”
Il Vaticano II e l’incontro con i movimenti ecclesiali del 1998, come nuova pentecoste per la Chiesa.
È lo Spirito Santo che santifica e apre vie nuove nella Chiesa e dona carismi perchè i cristiani possano vivere di Dio, possano entrare in comunione con il Signore. Al numero 4 della LG si dice:
Lo Spirito santificatore della Chiesa
- 4. Compiuta l’opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra (cfr. Gv 17,4), il giorno di Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa e affinché i credenti avessero così attraverso Cristo accesso al Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2,18). …Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1 Cor 3,16; 6,19) e in essi prega e rende testimonianza della loro condizione di figli di Dio per adozione (cfr. Gal 4,6; Rm 8,15-16 e 26). Egli introduce la Chiesa nella pienezza della verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22).”
La proposta della santità poi non è solo per alcuni, ma è per tutti, è una chiamata universale di tutto il popolo di Dio: fedeli laici, religiosi, presbiteri, consacrati. Tutti ricordiamo il capitolo VIII della LG
- … È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità [124] e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano. Per raggiungere questa perfezione i fedeli usino le forze ricevute secondo la misura con cui Cristo volle donarle, affinché, seguendo l’esempio di lui e diventati conformi alla sua immagine, in tutto obbedienti alla volontà del Padre, con piena generosità si consacrino alla gloria di Dio e al servizio del prossimo. Così la santità del popolo di Dio crescerà in frutti abbondanti, come è splendidamente dimostrato nella storia della Chiesa dalla vita di tanti santi.
- UNA SANTITÀ CHE HA LA SUA SORGENTE NEL DONO DELLA
PARTECIPAZIONE ALLA VITA DI COMUNIONE TRINITARIA CHE SI RENDE VISIBILE E ACCESSIBILE NELLA VITA DI COMUNITÀ.
LG n. 4 “Così la Chiesa universale si presenta come “un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
Nella LG n. 9 “In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la giustizia (cfr. At. 10, 35). Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e fedelmente Lo servisse”
La Chiesa in Italia ha dedicato il piano pastorale degli anni 80 alla comunione e comunità. Nei numeri 14 e 15 del documento della CEI “Comunione e comunità” dell’ottobre 1981, che ci spiegano la comprensione dei termini si dice
- “Quando diciamo “comunione” pensiamo a quel dono dello Spirito per il quale l’uomo non è più solo né lontano da Dio, ma è chiamato ad essere parte della stessa comunione che lega fra loro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e gode di trovare dovunque, soprattutto nei credenti, dei fratelli con i quali condivide il mistero profondo del suo rapporto con Dio. Come ogni dono dello Spirito, la comunione genera nella Chiesa doveri e impegni e diventa programma di vita cristiana… Però una cosa è il dono di Dio e un’altra cosa è il nostro impegno, solo il dono rende possibile l’impegno e sempre lo sovrasta.
- “Quando parliamo di “comunità ecclesiale”, pensiamo a una forma concreta di aggregazione che nasce dalla comunione: in essa i credenti ricevono, vivono e trasmettono il dono della comunione. La comunità si costituisce sulla base di rapporti visibili e stabili che legano fra loro i credenti nella comune professione della fede…Con le sue determinazioni concrete e i suoi limiti la comunità non mortifica l’ampiezza e la profondità della comunione, ma neppure la esaurisce; ne è come il sacramento, cioè la manifestazione e lo strumento che la svela presente nella storia”.
Nei numeri 35-36 dello stesso documento si specifica ancora di più
35 “La ricchezza e i beni di ciascuno sono messi a disposizione di tutti, nel dono reciproco che esalta la fraternità, per cui l’uno è necessario all’altro, ciò che uno possiede completa quello che nell’altro manca e ciascuno partecipa alla crescita comunitaria che tutti coinvolge e di tutti valorizza l’apporto. ‘Né uno né ciascuno possono essere il tutto. Solo tutti costituiscono il tutto e solo l’amore di tutti un tutto.“
36 “La comunione del Padre, che ha ‘mandato’ nel mondo il Figlio e anima con il suo Spirito la storia umana, SI MOSTRA così nella comunione degli uomini tra loro. Essi formano la COMUNITÀ cristiana, dando ai loro rapporti interpersonali basati sulla fede, sulla speranza e sulla carità, e tendenti all’edificazione dell’unico corpo del Signore, la forma di una aggregazione stabile di persone per la MANIFESTAZIONE STORICA, cioè visibile e rilevante nella sua continuità, della comunione.”
- UNA SANTITÀ PER TUTTI GLI STATI DI VITA: Laici, Presbiteri, Consacrati.
Il santo Padre Giovanni Paolo II, nell’esortazione apostolica ChL del 30 dicembre 1988 al n. 8 ricorda che anche tutti i fedeli laici sono chiamati alla vita di comunione:
- Il Concilio Vaticano II, riferendo le varie immagini bibliche che illuminano il mistero della Chiesa, ripropone l’immagine della vite e dei tralci: «Cristo è la vera vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in Lui, e senza di Lui nulla possiamo fare (Gv 15, 1-5)»(12). La Chiesa stessa è, dunque, la vigna evangelica. E’ mistero perché l’amore e la vita del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo sono il dono assolutamente gratuito offerto a quanti sono nati dall’acqua e dallo Spirito (cf. Gv 3, 5), chiamati a rivivere la comunione stessa di Dio e a manifestarla e comunicarla nella storia (missione): «In quel giorno – dice Gesù – voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi» (Gv 14, 20). Ora solo all’interno del mistero della Chiesa come mistero di comunione si rivela l’«identità» dei fedeli laici, la loro originale dignità. E solo all’interno di questa dignità si possono definire la loro vocazione e la loro missione nella Chiesa e nel mondo.
Sempre nella ChL del ai nn. 18-19
Il mistero della Chiesa-Comunione
- Riascoltiamo le parole di Gesù: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo (…). Rimanete in me e io in voi» (Gv 15, 1-4). …La comunione dei cristiani con Gesù ha quale modello, fonte e meta la comunione stessa del Figlio con il Padre nel dono dello Spirito Santo: uniti al Figlio nel vincolo amoroso dello Spirito, i cristiani sono uniti al Padre. Gesù continua: «Io sono la vite, voi i tralci» (Gv 15, 5). Dalla comunione dei cristiani con Cristo scaturisce la comunione dei cristiani tra di loro: tutti sono tralci dell’unica Vite, che è Cristo. In questa comunione fraterna il Signore Gesù indica il riflesso meraviglioso e la misteriosa partecipazione all’intima vita d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Per questa comunione Gesù prega: «Tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 21). Tale comunione è il mistero stesso della Chiesa, come ci ricorda il Concilio Vaticano II, con la celebre parola di San Cipriano: «La Chiesa universale si presenta come “un popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”»(52).
Il Concilio e l’ecclesiologia di comunione
- E’ questa l’idea centrale che di se stessa la Chiesa ha riproposto nel Concilio Vaticano II, come ci ha ricordato il Sinodo straordinario del 1985, celebratosi a vent’anni dall’evento conciliare: «L’ecclesiologia di comunione è l’idea centrale e fondamentale nei documenti del Concilio. La koinonia-comunione, fondata sulla Sacra Scrittura, è tenuta in grande onore nella Chiesa antica e nelle Chiese orientali fino ai nostri giorni. Perciò molto è stato fatto dal Concilio Vaticano II perché la Chiesa come comunione fosse più chiaramente intesa e concretamente tradotta nella vita. Che cosa significa la complessa parola “comunione”? Si tratta fondamentalmente della comunione con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nello Spirito Santo. Questa comunione si ha nella parola di Dio e nei sacramenti. Il Battesimo è la porta ed il fondamento della comunione nella Chiesa. L’Eucaristia è la fonte ed il culmine di tutta la vita cristiana (cf. LG, 11). La comunione del corpo eucaristico di Cristo significa e produce, cioè edifica l’intima comunione di tutti i fedeli nel corpo di Cristo che è la Chiesa (cf. 1 Cor 10, 16 s.)»(53).
All’indomani del Concilio così Paolo VI si rivolgeva ai fedeli: «La Chiesa è una comunione. Che cosa vuol dire in questo caso: comunione? Noi vi rimandiamo al paragrafo del catechismo che parla della sanctorum communionem, la comunione dei santi. Chiesa vuol dire comunione dei santi. E comunione dei santi vuol dire una duplice partecipazione vitale: l’incorporazione dei cristiani nella vita di Cristo, e la circolazione della medesima carità in tutta la compagine dei fedeli, in questo mondo e nell’altro. Unione a Cristo ed in Cristo; e unione fra i cristiani, nella Chiesa»(54).
Le immagini bibliche, con cui il Concilio ha voluto introdurci a contemplare il mistero della Chiesa, pongono in luce la realtà della Chiesa-Comunione nella sua inscindibile dimensione di comunione dei cristiani con Cristo e di comunione dei cristiani tra loro. Sono le immagini dell’ovile, del gregge, della vite, dell’edificio spirituale, della città santa(55). Soprattutto è l’immagine del corpo presentata dall’apostolo Paolo, la cui dottrina rifluisce fresca e attraente in numerose pagine del Concilio(56). A sua volta il Concilio riprende dall’intera storia della salvezza e ripropone l’immagine della Chiesa come Popolo di Dio: «Piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente Lo servisse»(57). Già nelle sue primissime righe, la Costituzione Lumen gentium compendia in modo mirabile questa dottrina scrivendo: «La Chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano»(58).
La realtà della Chiesa-Comunione è, allora, parte integrante, anzi rappresenta il contenuto centrale del «mistero», ossia del disegno divino della salvezza dell’umanità. Per questo la comunione ecclesiale non può essere interpretata in modo adeguato se viene intesa come una realtà semplicemente sociologica e psicologica. La Chiesa-Comunione è il popolo «nuovo», il popolo «messianico», il popolo che «ha per Capo Cristo (…) per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio (…) per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (…) per fine il Regno di Dio (… ed è) costituito da Cristo in una comunione di vita, di carità e di verità»(59). I vincoli che uniscono i membri del nuovo Popolo tra di loro – e prima ancora con Cristo – non sono quelli della «carne» e del «sangue», bensì quelli dello spirito, più precisamente quelli dello Spirito Santo, che tutti i battezzati ricevono (cf. Gl 3, 1).
Infatti, quello Spirito che dall’eternità vincola l’unica e indivisa Trinità, quello Spirito che «nella pienezza del tempo» (Gal 4, 4) unisce indissolubilmente la carne umana al Figlio di Dio, quello stesso e identico Spirito è nel corso delle generazioni cristiane la sorgente ininterrotta e inesauribile della comunione nella e della Chiesa.
Il Santo Padre Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica “Pastores dabo vobis” del dice ai nn.16-17:
La relazione del sacerdote con Gesù Cristo e, in Lui, con la sua Chiesa si situa nell’essere stesso del sacerdote, in forza della sua consacrazione-unzione sacramentale, e nel suo agire, ossia nella sua missione o ministero. In particolare « il sacerdote ministro è servitore di Cristo presente nella Chiesa mistero, comunione e missione. Per il fatto di partecipare all'”unzione” e alla “missione” di Cristo, egli può prolungare nella Chiesa la sua preghiera, la sua parola, il suo sacrificio, la sua azione salvifica. È dunque servitore della Chiesa mistero perché attua i segni ecclesiali e sacramentali della presenza di Cristo risorto. È servitore della Chiesa comunione perché — unito al Vescovo e in stretto rapporto con il presbiterio — costruisce l’unità della comunità ecclesiale nell’armonia delle diverse vocazioni, carismi e servizi. È, infine, servitore della Chiesa missione perché rende la comunità annunciatrice e testimone del Vangelo ».(83)
Così, per la sua stessa natura e missione sacramentale, il sacerdote appare, nella struttura della Chiesa, come segno della priorità assoluta e della gratuità della grazia, che alla Chiesa viene donata dal Cristo risorto. Per mezzo del sacerdozio ministeriale la Chiesa prende coscienza, nella fede, di non essere da se stessa, ma dalla grazia di Cristo nello Spirito Santo. Gli apostoli e i loro successori, quali detentori di un’autorità che viene loro da Cristo Capo e Pastore, sono posti — col loro ministero — di fronte alla Chiesa come prolungamento visibile e segno sacramentale di Cristo nel suo stesso stare di fronte alla Chiesa e al mondo, come origine permanente e sempre nuova della salvezza, « lui che è il salvatore del suo corpo ».(84)
- Il ministero ordinato, in forza della sua stessa natura, può essere adempiuto solo in quanto il presbitero è unito con Cristo mediante l’inserimento sacramentale nell’ordine presbiterale e quindi in quanto è nella comunione gerarchica con il proprio Vescovo. Il ministero ordinato ha una radicale « forma comunitaria » e può essere assolto solo come « un’opera collettiva ».(85) Su questa natura comunionale del sacerdozio si è soffermato a lungo il Concilio,(86) esaminando distintamente il rapporto del presbitero con il proprio Vescovo, con gli altri presbiteri e con i fedeli laici.
Il sacerdozio ministeriale conferito dal sacramento dell’Ordine e quello comune o «regale» dei fedeli, che differiscono tra loro per essenza e non solo per grado,(89) sono tra loro coordinati, derivando entrambi — in forme diverse — dall’unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdozio ministeriale, infatti, non significa di per sé un maggiore grado di santità rispetto al sacerdozio comune dei fedeli; ma, attraverso di esso, ai presbiteri è dato da Cristo nello Spirito un particolare dono, perché possano aiutare il Popolo di Dio ad esercitare con fedeltà e pienezza il sacerdozio comune che gli è conferito.(90)
La Congregazione per la Vita Consacrata nel documento del 2 febbraio del 1994 ai religiosi: “La vita fraterna in comunità” Congragavit nos in unum, Cristi amor, del così dice:
- “Creando l’essere umano a propria immagine e somiglianza, Dio lo ha creato per la comunione. Il Dio creatore che si è rivelato come Amore, Trinità, comunione, ha chiamato l’uomo a entrare in intimo rapporto con Lui e alla comunione interpersonale, cioè alla fraternità universale(21).
Questa è la più alta vocazione dell’uomo: entrare in comunione con Dio e con gli altri uomini suoi fratelli.
Questo disegno di Dio è stato compromesso dal peccato che ha frantumato ogni tipo di rapporto: tra il genere umano e Dio, tra l’uomo e la donna, tra fratello e fratello, tra i popoli, tra l’umanità e il creato.
Nel suo grande amore il Padre ha mandato il Figlio suo perché, nuovo Adamo, ricostituisse e portasse tutto il creato alla piena unità. Egli venuto tra noi ha costituito l’inizio del nuovo popolo di Dio chiamando attorno a sé apostoli e discepoli, uomini e donne, parabola vivente della famiglia umana radunata in unità. A loro ha annunciato la fraternità universale nel Padre, il quale ci ha fatto suoi familiari, figli suoi e fratelli tra di noi. Così ha insegnato l’uguaglianza nella fraternità e la riconciliazione nel perdono. Ha capovolto i rapporti di potere e di dominio dando lui stesso l’esempio di come servire e porsi all’ultimo posto. Durante l’ultima cena, ha affidato loro il comandamento nuovo dell’amore reciproco: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34; cfr. 15,12); ha istituito l’Eucarestia che, facendoci comunicare all’unico pane e all’unico calice, alimenta l’amore reciproco. Si è quindi rivolto al Padre chiedendo, come sintesi dei suoi desideri, l’unità di tutti modellata sull’unità trinitaria: “Come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,21).
Affidandosi poi alla volontà del Padre, nel mistero pasquale ha compiuto quell’unità che aveva insegnato a vivere ai discepoli e che aveva chiesto al Padre. Con la sua morte di croce ha distrutto il muro di separazione tra i popoli, riconciliando tutti nell’unità (cfr. Ef 2, 14-16), insegnandoci così che la comunione e l’unità sono il frutto della condivisione del suo mistero di morte.
La venuta dello Spirito santo, primo dono ai credenti, ha realizzato l’unità voluta da Cristo. Effuso sui discepoli riuniti nel cenacolo con Maria, ha dato visibilità alla Chiesa, che fin dal primo momento si caratterizza come fraternità e comunione nell’unità di un solo cuore e di un’anima sola (cfr. At 4,32).
Questa comunione è il vincolo della carità che unisce tra loro tutti i membri dello stesso Corpo di Cristo, e il Corpo con il suo Capo. La stessa presenza vivificante dello Spirito Santo(22) costruisce in Cristo l’organica coesione: Egli unifica la Chiesa nella comunione e nel ministero, la coordina e la dirige con diversi doni gerarchici e carismatici che si complementano tra loro e l’abbellisce dei suoi frutti(23).
Nel suo pellegrinaggio per questo mondo, la Chiesa, una e santa, si è costantemente caratterizzata per una tensione, spesso sofferta, verso l’unità effettiva. Lungo il suo cammino storico essa ha preso sempre maggiore coscienza del suo essere popolo e famiglia di Dio, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito, Sacramento dell’intima unione del genere umano, comunione, icona della Trinità. Il Concilio Vaticano II ha messo in risalto, come forse mai prima di allora, questa dimensione misterica e comunionale della Chiesa.
Il Santo Padre Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica “Vita consacrata” del 1996, dice ai nn. 41-42:
Capitolo II: Segno di comunione nella Chiesa – Ad immagine della Trinità
- Il Signore Gesù nella sua vita terrena chiamò quelli che Egli volle, per tenerli accanto a sé e formarli a vivere sul suo esempio per il Padre e per la missione da Lui ricevuta (cfr Mc 3, 13-15). Egli inaugurava così quella nuova famiglia della quale avrebbero fatto parte nel corso dei secoli quanti sarebbero stati pronti a «compiere la volontà di Dio» (cfr Mc 3, 32-35). Dopo l’Ascensione, per effetto del dono dello Spirito, si costituì intorno agli Apostoli una comunità fraterna raccolta nella lode di Dio e in una concreta esperienza di comunione (cfr At 2, 42-47; 4, 32-35). La vita di tale comunità e, più ancora, l’esperienza di piena condivisione con Cristo vissuta dai Dodici, sono state costantemente il modello a cui la Chiesa si è ispirata, quando ha voluto rivivere il fervore delle origini e riprendere con rinnovato vigore evangelico il suo cammino nella storia. In realtà, la Chiesa è essenzialmente mistero di comunione, «popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». La vita fraterna intende rispecchiare la profondità e la ricchezza di tale mistero, configurandosi come spazio umano abitato dalla Trinità, che estende così nella storia i doni della comunione propri delle tre Persone divine. Molti sono, nella vita ecclesiale, gli ambiti e le modalità in cui s’esprime la comunione fraterna. La vita consacrata ha sicuramente il merito di aver efficacemente contribuito a tener viva nella Chiesa l’esigenza della fraternità come confessione della Trinità. Con la costante promozione dell’amore fraterno anche nella forma della vita comune, essa ha rivelato che la partecipazione alla comunione trinitaria può cambiare i rapporti umani, creando un nuovo tipo di solidarietà. In questo modo essa addita agli uomini sia la bellezza della comunione fraterna, sia le vie che ad essa concretamente conducono. Le persone consacrate, infatti, vivono «per» Dio e «di» Dio, e proprio per questo possono confessare la potenza dell’azione riconciliatrice della grazia, che abbatte i dinamismi disgregatori presenti nel cuore dell’uomo e nei rapporti sociali.
Vita fraterna nell’amore
- La vita fraterna, intesa come vita condivisa nell’amore, è segno eloquente della comunione ecclesiale. Essa viene coltivata con particolare cura dagli Istituti religiosi e dalle Società di vita apostolica, ove acquista speciale significato la vita in comunità. Ma la dimensione della comunione fraterna non è estranea né agli Istituti Secolari né alle stesse forme individuali di vita consacrata. Gli eremiti, nella profondità della loro solitudine, non solo non si sottraggono alla comunione ecclesiale, ma la servono con il loro specifico carisma contemplativo; le vergini consacrate nel secolo attuano la loro consacrazione in uno speciale rapporto di comunione con la Chiesa particolare e universale. Similmente le vedove e i vedovi consacrati. Tutte queste persone, in attuazione del discepolato evangelico, si impegnano a vivere il «comandamento nuovo» del Signore, amandosi gli uni gli altri come Egli ci ha amati (cfr Gv 13, 34). L’amore ha portato Cristo al dono di sé fino al sacrificio supremo della Croce. Anche tra i suoi discepoli non c’è unità vera senza questo amore reciproco incondizionato, che esige disponibilità al servizio senza risparmio di energie, prontezza ad accogliere l’altro così com’è senza «giudicarlo» (cfr Mt 7, 1-2), capacità di perdonare anche «settanta volte sette» (Mt 18, 22). Per le persone consacrate, rese «un cuore solo e un’anima sola» (At 4, 32) da questo amore riversato nei cuori dallo Spirito Santo (cfr Rm 5, 5), diventa un’esigenza interiore porre tutto in comune: beni materiali ed esperienze spirituali, talenti e ispirazioni, così come ideali apostolici e servizio caritativo: «Nella vita comunitaria l’energia dello Spirito che è in uno passa contemporaneamente a tutti. Qui non solo si fruisce del proprio dono, ma lo si moltiplica nel farne parte ad altri e si gode del frutto del dono altrui come del proprio». Nella vita di comunità, poi, deve farsi in qualche modo tangibile che la comunione fraterna, prima d’essere strumento per una determinata missione, è spazio teologale in cui si può sperimentare la mistica presenza del Signore risorto (cfr Mt 18, 20). Questo avviene grazie all’amore reciproco di quanti compongono la comunità, un amore alimentato dalla Parola e dall’Eucaristia, purificato nel Sacramento della Riconciliazione, sostenuto dall’implorazione dell’unità, speciale dono dello Spirito per coloro che si pongono in obbediente ascolto del Vangelo. E’ proprio Lui, lo Spirito, ad introdurre l’anima alla comunione col Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo (cfr 1 Gv 1, 3), comunione nella quale è la sorgente della vita fraterna. Dallo Spirito le comunità di vita consacrata sono guidate nell’adempimento della loro missione di servizio alla Chiesa e all’intera umanità, secondo la propria ispirazione originaria. In questa prospettiva, particolare importanza rivestono i «Capitoli» (o riunioni analoghe), sia particolari che generali, nelle quali ogni Istituto è chiamato ad eleggere i Superiori o le Superiore secondo le norme stabilite dalle proprie Costituzioni, e a discernere, alla luce dello Spirito, le modalità adeguate per custodire e rendere attuale, nelle diverse situazioni storiche e culturali, il proprio carisma ed il proprio patrimonio spirituale.
Sentire cum Ecclesia
- Un grande compito è affidato alla vita consacrata anche alla luce della dottrina sulla Chiesa-comunione, con tanto vigore proposta dal Concilio Vaticano II. Alle persone consacrate si chiede di essere davvero esperte di comunione e di praticarne la spiritualità,come «testimoni e artefici di quel “progetto di comunione” che sta al vertice della storia dell’uomo secondo Dio». Il senso della comunione ecclesiale, sviluppandosi in spiritualità di comunione, promuove un modo di pensare, parlare ed agire che fa crescere in profondità e in estensione la Chiesa. La vita di comunione, infatti, «diventa un segno per il mondo e una forza attrattiva che conduce a credere in Cristo […]. In tal modo la comunione si apre alla missione, si fa essa stessa missione», anzi «la comunione genera comunione e si configura essenzialmente come comunione missionaria». Nei fondatori e nelle fondatrici appare sempre vivo il senso della Chiesa, che si manifesta nella loro partecipazione piena alla vita ecclesiale in tutte le sue dimensioni e nella pronta obbedienza ai Pastori, specialmente al Romano Pontefice. In questo orizzonte di amore verso la Santa Chiesa, «colonna e sostegno della verità» (1 Tm 3, 15), ben si comprendono la devozione di Francesco d’Assisi per «il Signor Papa», l’intraprendenza filiale di Caterina da Siena verso colui che ella chiama «dolce Cristo in terra», l’obbedienza apostolica e il sentire cum Ecclesia di Ignazio di Loyola, la gioiosa professione di fede di Teresa di Gesù: «Sono figlia della Chiesa». Si comprende anche l’anelito di Teresa di Lisieux: «Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore». Simili testimonianze sono rappresentative della piena comunione ecclesiale che santi e sante, fondatori e fondatrici, hanno condiviso in epoche e circostanze fra loro diverse e spesso molto difficili. Sono esempi ai quali le persone consacrate devono fare costante riferimento, per resistere alle spinte centrifughe e disgregatrici, oggi particolarmente attive. Un aspetto qualificante di questa comunione ecclesiale è l’adesione di mente e di cuore al magistero dei Vescovi, che va vissuta con lealtà e testimoniata con chiarezza davanti al Popolo di Dio da parte di tutte le persone consacrate, particolarmente da quelle impegnate nella ricerca teologica e nell’insegnamento, nelle pubblicazioni, nella catechesi, nell’uso dei mezzi di comunicazione sociale. Poiché le persone consacrate occupano un posto speciale nella Chiesa, il loro atteggiamento a questo proposito ha grande rilievo per l’intero Popolo di Dio. Dalla loro testimonianza di amore filiale trae forza ed incisività la loro azione apostolica che, nel quadro della missione profetica di tutti i battezzati, si qualifica in genere per compiti di speciale collaborazione con l’ordine gerarchico. In questo modo, con la ricchezza dei loro carismi essi danno uno specifico contributo, perché la Chiesa realizzi sempre più profondamente la sua natura di sacramento «dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano».
- COMUNIONE COME VIA DI SANTITÀ COMUNITARIA DA SCOPRIRE E DA ASSUMERE
Amedeo Cencini nel libro “Come rugiada dell’Ermon”, sottolinea:
La prima delle tre parti in cui si divide il documento della Congregazione dei religiosi sulla vita fraterna, reca come titolo: Il dono della comunione e della comunità. Intende sottolineare una verità essenziale: la comunità, prima di essere un progetto umano, fa parte del progetto di Dio, che vuole comunicare la sua vita di comunione (VFC 7), dunque la vita fraterna in comune è dono di Dio. L’espressione è classica, appartiene al vecchio dizionario spirituale delle cose note e dette un’infinità di volte che, da un lato, presumiamo di sapere e, dall ‘altro, stentiamo a tradurre in novità di linguaggio e di vita. Il testo del dicastero vaticano compie questo tentativo di aggiornamento e al contempo combatte quella presunzione che ci rende oggi sempre più insensibili e apatici (e meno fratelli), scegliendo come chiave interpretativa della fraternità religiosa la categoria del mistero. Ciò è detto chiaramente proprio in apertura della prima patte: « Non si può comprendere … la comunità religiosa senza partire dal suo essere dono dall’Alto, dal suo mistero, dal suo radicarsi nel cuore stesso della Trinità santa e santificante, che la vuole parte del mistero della Chiesa, per la vita del mondo» (VFC 8).
Dono, mistero, origine trinitaria, appartenenza ecclesiale, destinazione mondana: ecco la santità della comunità e il suo percorso. Come qualcosa che è già dato e che pur si deve compiere, qualcosa di nascosto che va svelato, qualcosa di regalato e conquistato al tempo stesso . In fondo è una promessa di Gesù: « dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). È davvero strano che questa santità promessa dalla parola di Dio, e quindi sicura, venga poi di fatto sottovalutata, un po’ emarginata, considerata debole, dimenticata o tirata fuori solo per sottolineare l’importanza dell’orazione comunitaria o la potenza della preghiera di intercessione. L’individualismo spirituale crede poco alla santità comunitaria; semmai crede più ai suoi muscoli (spirituali), e sorride scettico dinanzi al mistero di questo dono. Cerchiamo, allora, di analizzare con ordine gli elementi architettonici – per così dire – di questa costruzione che deve crescere ben ordinata e santificata in Cristo, pietra angolare dell’edificio delle nostre fraternità (cfr. Ef 2,20-22). Una progressione di dati, offertici anche dal testo che stiamo analizzando, ci può aiutare in questo tentativo. Vorremmo, in tal modo, porre le basi di una prospettiva teorico-pratica non più esposta ai dubbi e alibi precedentemente visti (l’altro come diverso, l’altro come peccatore), e che non si accontenta di rispondere a essi (come abbiamo fatto nei capitoli II e III della prima parte), ma che invece sostiene con forza e in modo propositiva la visione strutturale della santità comunitaria.
DATO TEOLOGICO: «IN MEZZO A LORO»
Le parole di Gesù in Mt 18,20 – «dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» – sembrano proprio costituire la premessa e la promessa della santità della comunità. santità garantita dalla presenza di Cristo che si pone «in mezzo» tra l’uno e l’altro nella comunità, non appartiene a nessuno, ma è di tutti, a significare una santità che non è privata, ma nasce dal fatto di «stare insieme », di «essere riuniti nel suo nome », e dunque è comunitaria proprio perché legata per natura sua e fin dalla sua origine al fatto di essere comunità; è comunitaria perché il singolo non può contenere la santità di Dio, che invece trova più naturale dimora e confortevole accoglienza nell’ambito della comunità intera. Ed è santità vera e propria perché la presenza di Cristo e del suo spirito è la garanzia più forte di santità, di una santità che viene da Dio, non da noi, ed è consegnata al gruppo di credenti, prima ancora che ai singoli, come dono non solo da custodire, bensì da sviluppare, sempre tutti assieme. Il documento sulla Vita fraterna in comunità ci aiuta a ripercorrere t in qualche modo, la storia e a ritrovare il senso di questo progetto di santità, ponendoci anzitutto dinanzi una verità teologica che è a fondamento di ogni discorso sulla comunità. Dio ha creato l’uomo per la comunione, anzi la più alta vocazione dell’uomo è quella di « entrare in comunione con Dio e con gli altri uomini suoi fratelli» (VFC 9). Quando l’uomo ha compromesso col peccato questo progetto di comunione, il Figlio lo ha ristabilito con la sua morte di croce, insegnandoci, al tempo stesso, che« la comunione e l’unità sono il frutto della condivisione del suo mistero di morte » (VFC 9). Come dire: la comunità e l’unione sono un dono, ma un dono « a caro prezzo », da un lato, e già posto al sicuro , dall’altro (È il senso dell’affermazione di Bonhoeffer: « Dio ci ha uniti in un solo corpo in Gesù Cristo, molto prima che noi entrassimo a far parte di una comunità con altri cristiani» (D. Bonhoeffer, La vita comune, Brescia 1972, p. 55).un dono che passa necessariamente attraverso il sacrificio del Figlio, ed è accolto con riconoscenza e condiviso da chi intende realizzare quel progetto di fraternità. Dunque all’origine della comunità c’è un sacrificio, quello del Figlio che, con la sua morte, ha abbattuto quel muro interno anzitutto al cuore umano, e anche a ogni relazione: muro che divideva un uomo dall’altro rendendo estraneo l’uno all’altro e impossibile la convivenza. La nostra fraternità, in altre parole, è fondata su un corpo che si è spezzato per costituirci in unità. È una fraternità «messa al sicuro» proprio da questo sacrificio, cioè da esso «santificata». E proprio per questo dovrà conoscere, in qualche modo, quella stessa logica di morte e di risurrezione, di fallimento umano di certi sogni di fraternità, perché sia evidente che solo Dio la edifica, perché sia evidente quel mistero di santità che costituisce la natura e la vocazione di ogni convivenza di cristiani e tanto più di consacrati.
La comunità religiosa è costruita su questo dato teologico: come dire, c’è una santità che la costituisce fin da ora nell’essere, come uno zoccolo duro e puro che la sorregge e che nessuno potrà toglierle; santità che sgorga da ciò che Dio ha già fatto per essa e che la precede, santità nascosta e pure visibile da chi ha imparato a leggere il bene attorno a sé. Ovviamente, chi pone il suo io all’origine di tutto e confonde la santità con la conquista delle proprie virtù, come cosa di cui si appropria grazie ai propri sforzi e ai propri meriti , farà molta fatica a entrare nella logica della santità come dono di Dio, e come dono che il Dio-Trinità fa anzitutto a una comunità di credenti riuniti nel suo nome, ponendosi « in mezzo a loro ». Come dire: chi non accoglie questo mistero di morte (dell’io, in ultima analisi) all’origine della vita, si pone subito fuori di essa e non costruisce comunione né riconosce santità alcuna, al di fuori di quella, debole, da lui « prodotta».
DATO STORICO: «SIAMO FIGLI DI SANTI»
DATO CARISMATICO: LA STESSA SANTITÀ
Ma c’è anche un altro dato, strettamente legato alla natura della vita consacrata e dell’evento comunitario, e che abbiamo già ricordato all’inizio di questa trattazione, per cui ora vi accenneremo appena (Vedi il cap . l della Parte prima, al par . Il carisma, via comunitaria per lo santità di tutti). Si può parlare di santità comunitaria perché di fatto l’obiettivo verso cui si tende in una fraternità è lo stesso, è già definito ed è stato liberamente e responsabilmente scelto da ogni singolo consacrato, ovvero è il carisma. Condividere lo stesso carisma vuol dire avere in comune l’Identico “ideale di santità, rivelato dallo spirito”di Dio alla persona del fondatore/fondatrice, e “giunto a noi attraverso la fedeltà-santità di tanti fratelli/sorelle che in quel carisma hanno riconosciuto la loro identità, consentendo anche a noi di riconoscervi la nostra. Condividere lo stesso carisma non significa solo tendere verso un generico obiettivo comune (ad esempio, l’unione con Dio o la perfezione della carità), a ritrovarsi a camminare sulla stessa strada da che conduce a un preciso traguardo, adottare lo stesso metodo, essere chiamati a vivere la medesima esperienza spirituale, lasciarsi condurre dall’identica pedagogia divina : carisma è tutto questo. Allora la santità non può che essere comunitaria, segnata dallo stesso itinerario, ben formulato dalla Regola e dalla Ratio formationis, ove ognuno riconosce la strada comune, un progetto pensato da Dio e dunque vincolante, qualcosa che precede gusti e tendenze individuali, una volta fatta la scelta di un determinato istituto. Questo ci fa capire l’importanza, tra l’altro, che una famiglia religiosa definisca con la maggior precisione possibile non solo il contenuto teorico e ideale del proprio carisma, nelle sue varie componenti (esperienza mistica, cammino ascetico, obiettivo apostolico, senso di identità e di appartenenza), ma anche la pedagogia di esso, il metodo per giungere a interiorizzarlo e viverlo. Là dove non avviene questa traduzione pedagogico-metodologica, il carisma comincia piano piano a perdere la sua funzione strategica di guida per il cammino comunitario di santità; e lì, fatalmente, si apre lo spazio per le avventure degli individualisti dello spirito, per gli aspiranti alla perfezione individuale. Se il concetto di santità comunitaria sottolinea per natura sua la centralità del carisma, quando si perde la dimensione comunitaria nella tensione di santità, lì anche il carisma smarrisce un po’ alla volta la sua posizione centrale in una comunità, e viceversa. Ma se ciò non avviene e il dono dello Spirito continua a indicare la via per la santità di tutti, alla comunità e il vivere in comunità è dono per il singolo perché è il luogo teologico, l’ambito normale entro il quale il consacrato continua a ricevere i doni di Dio e matura la sua esperienza del Padre secondo lo spirito specifico dell’istituto (VFC 24); sono dono prezioso i fratelli e le sorelle che compongono la comunità, perché là volontà di Dio si rivela misteriosamente in ciascuno di essi e attraverso la loro umanità, con i pregi e i limiti, le virtù e le debolezze che ognuno porta con sé (VFC 40a); è dono crescere e santificarsi assieme, sorretti dalla fede altrui e facendosi ognuno carico del peso dell’altro; è dono, in particolare, sperimentare la morte e la risurrezione delle nostre comunità, perché in ogni morte si spezza e si esaurisce anche il disegno solo umano, le nostre pretese perfezioniste e pagane di comunità, ove il rigore dell’ideale altissimo (in realtà altamente gratificante certe nostre pretese) si sposa con la mancanza di memoria credente – di quel che Dio ha già fatto in Cristo. Perché in ogni risurrezione possiamo verificare e attualizzare il dato teologico, per comprendere che non siamo noi a far vivere le nostre comunità, ma Dio solo, attraverso quella riconciliazione già compiuta nella pasqua del Figlio. Mistero grande!
DATO ANTROPOLOGICO: LA SANTITÀ DELLA RELAZIONE
L’uomo è fatto per la relazione, nasce grazie a una relazione e si trova subito inserito in una rete di rapporti, impara a vivere relazionandosi con l’esterno; non solo tutta la sua vita è intessuta di relazioni, ma la qualità del suo vivere è legata alla qualità del suo relazionarsi; a volte forse si difenderà dalla relazione, ma in ogni caso, alla lunga, non ne potrà fare a meno. È interessante al riguardo la distinzione di R. Hostie, secondo il quale la vita di una comunità dovrebbe essere organizzata secondo tre tipi di rapporto: primari, secondari e terziari.
Vi sono, anzitutto, le relazioni primarie, tipiche della vita di famiglia, dei rapporti fraterni e di amicizia; relazioni che in qualche modo sorgono spontanee, determinate come sono dalla natura o dall’attrazione istintiva, e che rappresentano – e gratificano – la dimensione affettiva dell’essere umano, una dimensione assolutamente fondamentale anche per chi si consacra al Dio dell’amore e dell’amicizia. Il pericolo, per una persona, è limitare i rapporti a quelli che rientrano in questo tipo di relazioni: spontanee e facili.
Le relazioni secondarie fanno invece riferimento al ruolo, alla funzione e al compito che uno esercita nella vita, determinato dalla professione scelta (o tipo di lavoro) o dall’incarico ricevuto da altri o dalla collettività (come può essere il ruolo di autorità). Sono relazioni oggettive e al limite impersonali, perché in forza di tale tipo di rapporto ci si pone in relazione con il ruolo o con ciò che l’altro rappresenta, più che con la persona che svolge quel ruolo. Tali relazioni seguono un certo codice comportamentale strettamente legato proprio al ruolo che la persona riveste. Il rischio è che tale interpretazione sia rigida (per cui, ad esempio, il superiore è colui che decide e l’altro è colui che esegue; ancora: certe cose «toccano alla superiora» e così via) con il risultato che la relazione miri più al compimento di determinati progetti che alle persone implicate. Nelle comunità esiste anche il pericolo che le relazioni possano essere valutate in termini di efficienza e di tornaconto personale, o che uno possa ritenersi soddisfatto quando ha rispettato quel certo codice di comportamento sociale, come bastasse il galateo per vivere insieme.
Le relazioni terziarie, infine, fanno riferimento ai valori, ai motivi ideali per cui si è “insieme” e si sceglie di stare insieme. Nella v.c,”tali valori sono rappresentati dalle grandi motivazioni che il consacrato ha posto liberamente e responsabilmente alla base della sua opzione di consacrazione. Ora in una comunità si possono vivere assieme questi tre tipi di relazioni, ma è necessario che vi
sia un certo equilibrio tra di essi. Non basta certo stabilire relazioni o formare comunità solo sulla base dell’attrazione spontanea (relazioni primarie), né è sufficiente vivere le relazioni interpersonali solo a partire dai vari ruoli che sono ricoperti dalle persone (relazioni secondarie); è necessario giungere a vivere il rapporto in forza degli ideali che sono al centro della vita del consacrato, dunque mettendo Cristo e il suo vangelo al centro della dinamica interpersonale che, proprio grazie a questo elemento posto al suo centro, diviene capace di aprirsi a molti, anche a chi si sente diverso e lontano, tutti abbracciando in un unico vincolo fraterno (relazioni terziarie) II. I l Cfr. R. Hostie, Com unità, in G. Pelliccia – G. Rocca (edd .), Dizionario degli istituti di perfezione, II , Roma 1975, pp. 1377-1379; inoltre L.Guccìni , Alla ricerca di una sintesi. La comunità religiosa apostolica, in Dove va lo vita consacrata, Bologna 1996, pp. 131-133.
D’altronde è inoltre importante che la relazione interpersonale comunitaria non sia semplicemente
qualcosa di «spirituale », che presuma di poter fare a meno dei sentimenti; ma sia vissuta e sentita anche come appagante, come luogo e momento di espressione della propria affettività, come luogo di incontro con fratelli che si ritrovano simili fra di loro al di là di tutte le differenze; e non presuma nemmeno di livellare tutte le relazioni, come non vi fossero più articolazioni di ruoli e competenze nella comunità, ma rispetti e tenga conto della diversità delle funzioni all’interno di essa, perché ognuno sia se stesso e la comunità sia di tutti e per tutti, frutto della ricchezza e complementarità di relazioni.
Santità comunitaria vuol dire proprio questo equilibrio tra i tre tipi di relazioni: un equilibrio tipicamente umano, importante per il benessere generale della persona ai vari livelli della vita psichica, e condizione per spingere il discorso più in alto, verso un equilibrio che non è più solo umano, ma frutto dello Spirito di Dio, che è la relazione per eccellenza e cerca la comunione con ogni essere. In forza di questo equilibrio santificante la comunità religiosa può ritrovare il suo modello autentico esistenziale, che non potrà essere semplicemente quello familiare – dove i ruoli e le dinamiche sono diversi – e neppure solo quello amicale – dove bisogna per forza piacersi l’un l’altro -; tanto meno quello dell’albergo, dove ognuno può fare a meno dell’altro perché il suo cuore è altrove, ma nemmeno quello di un gruppo societario che struttura le relazioni per giungere al massimo rendimento o che assomiglia a una società segreta dove le relazioni sono nascoste e poco trasparenti, o inautentiche se non addirittura false, forzate, forzatamente positive o semplicemente assenti. Il modello della comunità religiosa va ricercato nell’ esperienza di «coloro che seguivano Gesù» (Mc 1,18passim), è l’apostolica vivendi forma delle origini. Esperienza segnata da una relazione che si pone sempre più al centro della vita, con Colui che unico ha le parole della vita, e dal quale traggono senso tutte le altre relazioni, fra i discepoli stessi,e tra loro e il mondo circostante. A questo punto la relazione diviene strada di santità, strada lungo la quale la comunità costruisce lentamente la propria santità. Come la strada di Emmaus, dove la relazione tra due discepoli diviene il luogo dell’incontro con il Signore risorto e dell’ascolto della sua parola, luogo dove arde il cuore e nasce la preghiera, luogo dove egli spezza il pane e si fa riconoscere, luogo donde riparte una missione sempre nuova per annunciare ai fratelli il Dio della relazione e dire a tutti che « dove due amici si incontrano, Dio gli fa da terzo ». È importante tuttavia vedere in concreto come passare dal mistero del dono divino al ministero dell’edificazione della fraternità
Nella Veglia di Pentecoste, nell’incontro con i movimenti e le nuove comunità del 30 maggio 1998 Giovanni Paolo II
- Alla Chiesa che, secondo i Padri, è il luogo «dove fiorisce lo Spirito» (CCC 749), il Consolatore ha donato di recente con il Concilio Ecumenico Vaticano II una rinnovata Pentecoste, suscitando un dinamismo nuovo ed imprevisto.
Sempre, quando interviene, lo Spirito lascia stupefatti. Suscita eventi la cui novità sbalordisce; cambia radicalmente le persone e la storia. Questa è stata l’esperienza indimenticabile del Concilio Ecumenico Vaticano II, durante il quale, sotto la guida del medesimo Spirito, la Chiesa ha riscoperto come costitutiva di se stessa la dimensione carismatica: «Lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, e ad adornarlo di virtù, ma “distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui” (1 Cor 12, 11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali… utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa» (Lumen gentium, 12).
L’aspetto istituzionale e quello carismatico sono quasi co-essenziali alla costituzione della Chiesa e concorrono, anche se in modo diverso, alla sua vita, al suo rinnovamento ed alla santificazione del Popolo di Dio. E’ da questa provvidenziale riscoperta della dimensione carismatica della Chiesa che, prima e dopo il Concilio, si è affermata una singolare linea di sviluppo dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità.
- Oggi la Chiesa gioisce nel constatare il rinnovato avverarsi delle parole del profeta Gioele, che poc’anzi abbiamo ascoltato: «Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona… » (At 2, 17). Voi qui presenti siete la prova tangibile di questa “effusione” dello Spirito. Ogni movimento differisce dall’altro, ma tutti sono uniti nella stessa comunione e per la stessa missione. Alcuni carismi suscitati dallo Spirito irrompono come vento impetuoso, che afferra e trascina le persone verso nuovi cammini di impegno missionario al servizio radicale del Vangelo, proclamando senza pausa le verità della fede, accogliendo come dono il flusso vivo della tradizione e suscitando in ciascuno l’ardente desiderio della santità.
Oggi, a tutti voi riuniti qui in Piazza San Pietro e a tutti i cristiani, voglio gridare: Apritevi con docilità ai doni dello Spirito! Accogliete con gratitudine e obbedienza i carismi che lo Spirito non cessa di elargire! Non dimenticate che ogni carisma è dato per il bene comune, cioè a beneficio di tutta la Chiesa!
- Per loro natura, i carismi sono comunicativi e fanno nascere quell’«affinità spirituale tra le persone» (cfr Chistifideles laici, 24) e quell’amicizia in Cristo che dà origine ai “movimenti”. Il passaggio dal carisma originario al movimento avviene per la misteriosa attrattiva esercitata dal Fondatore su quanti si lasciano coinvolgere nella sua esperienza spirituale. In tal modo i movimenti riconosciuti ufficialmente dall’autorità ecclesiastica si propongono come forme di auto-realizzazione e riflessi dell’unica Chiesa.
La loro nascita e diffusione ha recato nella vita della Chiesa una novità inattesa, e talora persino dirompente. Ciò non ha mancato di suscitare interrogativi, disagi e tensioni; talora ha comportato presunzioni ed intemperanze da un lato, e non pochi pregiudizi e riserve dall’altro. E’ stato un periodo di prova per la loro fedeltà, un’occasione importante per verificare la genuinità dei loro carismi.
Oggi dinanzi a voi si apre una tappa nuova: quella della maturità ecclesiale. Ciò non vuol dire che tutti i problemi siano stati risolti. E’, piuttosto, una sfida. Una via da percorrere. La Chiesa si aspetta da voi frutti “maturi” di comunione e di impegno
Nella lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte, del 6 gennaio 2001, Giovanni Paolo II così si esprime:
IV –TESTIMONI DELL’AMORE
- « Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri » (Gv 13,35). Se abbiamo veramente contemplato il volto di Cristo, carissimi Fratelli e Sorelle, la nostra programmazione pastorale non potrà non ispirarsi al « comandamento nuovo » che egli ci ha dato: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).
È l’altro grande ambito in cui occorrerà esprimere un deciso impegno programmatico, a livello di Chiesa universale e di Chiese particolari: quello della comunione (koinonìa) che incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della Chiesa. La comunione è il frutto e la manifestazione di quell’amore che, sgorgando dal cuore dell’eterno Padre, si riversa in noi attraverso lo Spirito che Gesù ci dona (cfr Rm 5,5), per fare di tutti noi « un cuore solo e un’anima sola » (At 4,32). È realizzando questa comunione di amore che la Chiesa si manifesta come « sacramento », ossia «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano».26
Le parole del Signore, a questo proposito, sono troppo precise per poterne ridurre la portata. Tante cose, anche nel nuovo secolo, saranno necessarie per il cammino storico della Chiesa; ma se mancherà la carità (agape), tutto sarà inutile. È lo stesso apostolo Paolo a ricordarcelo nell’inno alla carità: se anche parlassimo le lingue degli uomini e degli angeli, e avessimo una fede « da trasportare le montagne », ma poi mancassimo della carità, tutto sarebbe « nulla » (cfr 1 Cor 13,2). La carità è davvero il « cuore » della Chiesa, come aveva ben intuito santa Teresa di Lisieux, che ho voluto proclamare Dottore della Chiesa proprio come esperta della scientia amoris: «Capii che la Chiesa aveva un Cuore e che questo Cuore era acceso d’Amore. Capii che solo l’Amore faceva agire le membra della Chiesa […] Capii che l’Amore racchiudeva tutte le Vocazioni, che l’Amore era tutto».27
Una spiritualità di comunione
- Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo.
Che cosa significa questo in concreto? Anche qui il discorso potrebbe farsi immediatamente operativo, ma sarebbe sbagliato assecondare simile impulso. Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque, come « uno che mi appartiene », per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un « dono per me », oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper « fare spazio » al fratello, portando « i pesi gli uni degli altri » (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita.
- Su questa base, il nuovo secolo dovrà vederci impegnati più che mai a valorizzare e sviluppare quegli ambiti e strumenti che, secondo le grandi direttive del Concilio Vaticano II, servono ad assicurare e garantire la comunione. Come non pensare, innanzitutto, a quegli specifici servizi alla comunione che sono il ministero petrino, e, in stretta relazione con esso, la collegialità episcopale? Si tratta di realtà che hanno il loro fondamento e la loro consistenza nel disegno stesso di Cristo sulla Chiesa,28 ma proprio per questo bisognose di una continua verifica che ne assicuri l’autentica ispirazione evangelica.
Molto si è fatto dal Concilio Vaticano II in poi anche per quanto riguarda la riforma della Curia romana, l’organizzazione dei Sinodi, il funzionamento delle Conferenze episcopali. Ma certamente molto resta da fare, per esprimere al meglio le potenzialità di questi strumenti della comunione, oggi particolarmente necessari di fronte all’esigenza di rispondere con prontezza ed efficacia ai problemi che la Chiesa deve affrontare nei cambiamenti così rapidi del nostro tempo.
Nell’enciclica di Benedetto XVI, Deus Caritas est, del 25 dicembre 2005:
La carità della Chiesa come manifestazione dell’amore trinitario
- 19. «Se vedi la carità, vedi la Trinità» scriveva sant’Agostino [11]. Nelle riflessioni che precedono, abbiamo potuto fissare il nostro sguardo sul Trafitto (cfr Gv 19, 37; Zc 12, 10), riconoscendo il disegno del Padre che, mosso dall’amore (cfr Gv 3, 16), ha inviato il Figlio unigenito nel mondo per redimere l’uomo. Morendo sulla croce, Gesù — come riferisce l’evangelista — « emise lo spirito » (cfr Gv 19, 30), preludio di quel dono dello Spirito Santo che Egli avrebbe realizzato dopo la risurrezione (cfr Gv 20, 22). Si sarebbe attuata così la promessa dei « fiumi di acqua viva » che, grazie all’effusione dello Spirito, sarebbero sgorgati dal cuore dei credenti (cfr Gv 7, 38-39). Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il loro cuore col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati Lui, quando si è curvato a lavare i piedi dei discepoli (cfr Gv 13, 1-13) e soprattutto quando ha donato la sua vita per tutti (cfr Gv 13, 1; 15, 13).
Lo Spirito è anche forza che trasforma il cuore della Comunità ecclesiale, affinché sia nel mondo testimone dell’amore del Padre, che vuole fare dell’umanità, nel suo Figlio, un’unica famiglia. Tutta l’attività della Chiesa è espressione di un amore che cerca il bene integrale dell’uomo: cerca la sua evangelizzazione mediante la Parola e i Sacramenti, impresa tante volte eroica nelle sue realizzazioni storiche; e cerca la sua promozione nei vari ambiti della vita e dell’attività umana. Amore è pertanto il servizio che la Chiesa svolge per venire costantemente incontro alle sofferenze e ai bisogni, anche materiali, degli uomini. È su questo aspetto, su questo servizio della carità, che desidero soffermarmi in questa seconda parte dell’Enciclica.
- UNA SANTITÀ CHE PASSA PER LA RELAZIONE, CHE SANTIFICA LA RELAZIONE.
Nell’Enciclica, Spe Salvi, del 30 novembre 2007, Benedetto XVI ricorda come la speranza passa per un amore al fratello perché tutti si salvino:
La speranza cristiana è individualistica?
- Nel corso della loro storia, i cristiani hanno cercato di tradurre questo sapere che non sa in figure rappresentabili, sviluppando immagini del « cielo » che restano sempre lontane da ciò che, appunto, conosciamo solo negativamente, mediante una non-conoscenza. Tutti questi tentativi di raffigurazione della speranza hanno dato a molti, nel corso dei secoli, lo slancio di vivere in base alla fede e di abbandonare per questo anche i loro « hyparchonta », le sostanze materiali per la loro esistenza. L’autore della Lettera agli Ebrei, nell’undicesimo capitolo ha tracciato una specie di storia di coloro che vivono nella speranza e del loro essere in cammino, una storia che da Abele giunge fino all’epoca sua. Di questo tipo di speranza si è accesa nel tempo moderno una critica sempre più dura: si tratterebbe di puro individualismo, che avrebbe abbandonato il mondo alla sua miseria e si sarebbe rifugiato in una salvezza eterna soltanto privata. Henri de Lubac, nell’introduzione alla sua opera fondamentale « Catholicisme. Aspects sociaux du dogme », ha raccolto alcune voci caratteristiche di questo genere di cui una merita di essere citata: « Ho trovato la gioia? No … Ho trovato la mia gioia. E ciò è una cosa terribilmente diversa … La gioia di Gesù può essere individuale. Può appartenere ad una sola persona, ed essa è salva. È nella pace…, per ora e per sempre, ma lei sola. Questa solitudine nella gioia non la turba. Al contrario: lei è, appunto, l’eletta! Nella sua beatitudine attraversa le battaglie con una rosa in mano » [10].
- Rispetto a ciò, de Lubac, sulla base della teologia dei Padri in tutta la sua vastità, ha potuto mostrare che la salvezza è stata sempre considerata come una realtà comunitaria. La stessa Lettera agli Ebrei parla di una « città » (cfr 11,10.16; 12,22; 13,14) e quindi di una salvezza comunitaria. Coerentemente, il peccato viene compreso dai Padri come distruzione dell’unità del genere umano, come frazionamento e divisione. Babele, il luogo della confusione delle lingue e della separazione, si rivela come espressione di ciò che in radice è il peccato. E così la « redenzione » appare proprio come il ristabilimento dell’unità, in cui ci ritroviamo di nuovo insieme in un’unione che si delinea nella comunità mondiale dei credenti. Non è necessario che ci occupiamo qui di tutti i testi, in cui appare il carattere comunitario della speranza. Rimaniamo con la Lettera a Proba in cui Agostino tenta di illustrare un po’ questa sconosciuta conosciuta realtà di cui siamo alla ricerca. Lo spunto da cui parte è semplicemente l’espressione « vita beata [felice] ». Poi cita il Salmo 144 [143],15: « Beato il popolo il cui Dio è il Signore ». E continua: « Per poter appartenere a questo popolo e giungere […] alla vita perenne con Dio, “il fine del precetto è l’amore che viene da un cuore puro, da una coscienza buona e da una fede sincera” (1 Tim 1,5) » [11]. Questa vita vera, verso la quale sempre cerchiamo di protenderci, è legata all’essere nell’unione esistenziale con un « popolo » e può realizzarsi per ogni singolo solo all’interno di questo « noi ». Essa presuppone, appunto, l’esodo dalla prigionia del proprio « io », perché solo nell’apertura di questo soggetto universale si apre anche lo sguardo sulla fonte della gioia, sull’amore stesso – su Dio.
Nel documento della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le societá di vita apostolica nell’istruzione “Il servizio dell’autorità e l’obbedienza “Faciem tuam, Domine, requiram” « Fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi » (Sl 79,4), 11 maggio del 2008
Per una spiritualità di comunione e per una santità comunitaria
- Una rinnovata concezione antropologica, in questi ultimi anni, ha messo molto più in evidenza l’importanza della dimensione relazionale dell’essere umano. Tale concezione trova ampie conferme nell’immagine di persona umana che emerge dalle Scritture, e, senza dubbio, ha influito anche sul modo di concepire la relazione all’interno della comunità religiosa, rendendola più attenta al valore dell’apertura all’altro- da-sé, alla fecondità del rapporto con la diversità e all’arricchimento che ne deriva ad ognuno.
Tale antropologia relazionale ha pure esercitato un influsso almeno indiretto, come abbiamo già ricordato, sulla spiritualità di comunione, e ha contribuito a rinnovare il concetto di missione, intesa come impegno condiviso con tutti i membri del popolo di Dio, in uno spirito di collaborazione e corresponsabilità. La spiritualità di comunione si prospetta come il clima spirituale della Chiesa all’inizio del terzo millennio e dunque come compito attivo ed esemplare della vita consacrata a tutti i livelli. È la strada maestra di un futuro di vita credente e di testimonianza cristiana. Essa trova il suo irrinunciabile riferimento nel mistero eucaristico, sempre più riconosciuto come centrale, proprio perché «l’Eucaristia è costitutiva dell’essere e dell’agire della Chiesa » e « si mostra alla radice della Chiesa come mistero di comunione».49
La santità e la missione passano per la comunità, poiché il Signore risorto si fa presente in essa e attraverso di essa,50 rendendola santa e santificando le relazioni. Non ha forse Gesù promesso di esser presente dove due o tre sono riuniti nel suo nome (cf. Mt 18,20)? Il fratello e la sorella diventano in tal modo sacramento di Cristo e dell’incontro con Dio, possibilità concreta di poter vivere il comandamento dell’amore reciproco. Il cammino di santità diventa così percorso che tutta la comunità compie insieme; non solo cammino del singolo, ma sempre più esperienza comunitaria: nell’accoglienza reciproca; nella condivisione dei doni, soprattutto del dono dell’amore, del perdono e della correzione fraterna; nella comune ricerca della volontà del Signore, ricco di grazia e di misericordia; nella disponibilità a farsi carico ognuno del cammino dell’altro.
Nel clima culturale di oggi la santità comunitaria è testimonianza convincente, forse più ancora di quella del singolo: essa manifesta il perenne valore dell’unità, dono lasciatoci dal Signore Gesù. Ciò si fa evidente, in particolare, nelle comunità internazionali e interculturali che richiedono alti livelli di accoglienza e di dialogo.
Nell’ultima enciclica, Caritas in veritate, il 29 giugno 2009, Benedetto XVI ricorda come l’uomo sia chiamato alla relazione:
Capitolo Quinto – La collaborazione della famiglia umana
- 53. Una delle più profonde povertà che l’uomo può sperimentare è la solitudine. A ben vedere anche le altre povertà, comprese quelle materiali, nascono dall’isolamento, dal non essere amati o dalla difficoltà di amare. Le povertà spesso sono generate dal rifiuto dell’amore di Dio, da un’originaria tragica chiusura in se medesimo dell’uomo, che pensa di bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante e passeggero, uno « straniero » in un universo costituitosi per caso. L’uomo è alienato quando è solo o si stacca dalla realtà, quando rinuncia a pensare e a credere in un Fondamento [125]. L’umanità intera è alienata quando si affida a progetti solo umani, a ideologie e a utopie false [126]. Oggi l’umanità appare molto più interattiva di ieri: questa maggiore vicinanza si deve trasformare in vera comunione. Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l’uno accanto all’altro [127].
Paolo VI notava che « il mondo soffre per mancanza di pensiero » [128]. L’affermazione contiene una constatazione, ma soprattutto un auspicio: serve un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia; l’interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio, affinché l’integrazione avvenga nel segno della solidarietà [129] piuttosto che della marginalizzazione. Un simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione. Si tratta di un impegno che non può essere svolto dalle sole scienze sociali, in quanto richiede l’apporto di saperi come la metafisica e la teologia, per cogliere in maniera illuminata la dignità trascendente dell’uomo.
La creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio. L’importanza di tali relazioni diventa quindi fondamentale. Ciò vale anche per i popoli. È, quindi, molto utile al loro sviluppo una visione metafisica della relazione tra le persone. A questo riguardo, la ragione trova ispirazione e orientamento nella rivelazione cristiana, secondo la quale la comunità degli uomini non assorbe in sé la persona annientandone l’autonomia, come accade nelle varie forme di totalitarismo, ma la valorizza ulteriormente, perché il rapporto tra persona e comunità è di un tutto verso un altro tutto [130]. Come la comunità familiare non annulla in sé le persone che la compongono e come la Chiesa stessa valorizza pienamente la “nuova creatura” (Gal 6,15; 2 Cor 5,17) che con il battesimo si inserisce nel suo Corpo vivo, così anche l’unità della famiglia umana non annulla in sé le persone, i popoli e le culture, ma li rende più trasparenti l’uno verso l’altro, maggiormente uniti nelle loro legittime diversità.
- 54. Il tema dello sviluppo coincide con quello dell’inclusione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell’unica comunità della famiglia umana, che si costruisce nella solidarietà sulla base dei fondamentali valori della giustizia e della pace. Questa prospettiva trova un’illuminazione decisiva nel rapporto tra le Persone della Trinità nell’unica Sostanza divina. La Trinità è assoluta unità, in quanto le tre divine Persone sono relazionalità pura. La trasparenza reciproca tra le Persone divine è piena e il legame dell’una con l’altra totale, perché costituiscono un’assoluta unità e unicità. Dio vuole associare anche noi a questa realtà di comunione: « perché siano come noi una cosa sola » (Gv 17,22). Di questa unità la Chiesa è segno e strumento [131]. Anche le relazioni tra gli uomini lungo la storia non hanno che da trarre vantaggio dal riferimento a questo divino Modello. In particolare, alla luce del mistero rivelato della Trinità si comprende che la vera apertura non significa dispersione centrifuga, ma compenetrazione profonda. Questo risulta anche dalle comuni esperienze umane dell’amore e della verità. Come l’amore sacramentale tra i coniugi li unisce spiritualmente in « una carne sola » (Gn 2,24; Mt 19,5; Ef 5,31) e da due che erano fa di loro un’unità relazionale e reale, analogamente la verità unisce gli spiriti tra loro e li fa pensare all’unisono, attirandoli e unendoli in sé.
- 55. La rivelazione cristiana sull’unità del genere umano presuppone un’interpretazione metafisica dell’humanum in cui la relazionalità è elemento essenziale. Anche altre culture e altre religioni insegnano la fratellanza e la pace e, quindi, sono di grande importanza per lo sviluppo umano integrale. Non mancano, però, atteggiamenti religiosi e culturali in cui non si assume pienamente il principio dell’amore e della verità e si finisce così per frenare il vero sviluppo umano o addirittura per impedirlo. Il mondo di oggi è attraversato da alcune culture a sfondo religioso, che non impegnano l’uomo alla comunione, ma lo isolano nella ricerca del benessere individuale, limitandosi a gratificarne le attese psicologiche. Anche una certa proliferazione di percorsi religiosi di piccoli gruppi o addirittura di singole persone, e il sincretismo religioso possono essere fattori di dispersione e di disimpegno. Un possibile effetto negativo del processo di globalizzazione è la tendenza a favorire tale sincretismo [132], alimentando forme di “religione” che estraniano le persone le une dalle altre anziché farle incontrare e le allontanano dalla realtà. Contemporaneamente, permangono talora retaggi culturali e religiosi che ingessano la società in caste sociali statiche, in credenze magiche irrispettose della dignità della persona, in atteggiamenti di soggezione a forze occulte. In questi contesti, l’amore e la verità trovano difficoltà ad affermarsi, con danno per l’autentico sviluppo.
Per questo motivo, se è vero, da un lato, che lo sviluppo ha bisogno delle religioni e delle culture dei diversi popoli, resta pure vero, dall’altro, che è necessario un adeguato discernimento. La libertà religiosa non significa indifferentismo religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali [133]. Il discernimento circa il contributo delle culture e delle religioni si rende necessario per la costruzione della comunità sociale nel rispetto del bene comune soprattutto per chi esercita il potere politico. Tale discernimento dovrà basarsi sul criterio della carità e della verità. Siccome è in gioco lo sviluppo delle persone e dei popoli, esso terrà conto della possibilità di emancipazione e di inclusione nell’ottica di una comunità umana veramente universale. « Tutto l’uomo e tutti gli uomini » è criterio per valutare anche le culture e le religioni. Il Cristianesimo, religione del « Dio dal volto umano » [134], porta in se stesso un simile criterio.
L’ICONA DELLA SANTISSIMA TRNITÀ
I personaggi
I tre angeli, perfettamente uguali eppure differenziati, rappresentano un solo Dio in tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. È proprio della Santa Trinità essere una ed indivisibile, nella sua essenza e nelle sue manifestazioni. Conosciamo il Padre attraverso il Figlio: “Chi vede me vede il Padre” (Gv 14,9). Conosciamo il Figlio attraverso lo Spirito: “Nessuno può dire Gesù Cristo è il Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3). Identici nella fisionomia, essi assumono attitudini e ruoli diversi, messi in risalto dalla loro posizione, dal colore degli abiti e soprattutto dall’atteggiamento che ciascuno manifesta verso gli altri. Gli scettri identici rappresentano, appunto, l’uguaglianza del potere ed il loro colore rosso sottolinea l’amore che li muove.
L’angelo di sinistra identifica la figura del Padre, quello centrale rappresenta il Figlio, mentre l’angelo di destra raffigura lo Spirito Santo. I tre angeli sono in posizione di riposo: mostrano la pace suprema che promana dall’essere in sé, dalla “stasi” che, nel contempo, è autentica “estasi”. S. Gregorio di Nissa ben descrive questo mistero: “È il più grande paradosso che stabilità e movimento siano la medesima cosa”. I tre sono in dialogo e l’oggetto della loro conversazione potrebbe essere espresso dal passo di Giovanni: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16).
La divinità del Padre, angelo di sinistra, è simbolizzata dai suoi abiti: un mantello color lilla che ricopre una tunica azzurra. Il lilla, essendo un colore sfumato, evanescente e quasi trasparente, ben si adatta ad esprimere il mistero e la trascendenza.
Il mantello, appoggiato su entrambe le spalle, a differenza del Figlio e dello Spirito, sta ad indicare che il Padre non è inviato, ma invia gli altri due. L’iniziativa del Padre è espressa anche dal piede sinistro, che sembra intraprendere un passo di danza, cui risponde lo Spirito, inviato nel mondo dopo il Figlio.
Angelo di sinistra: il Padre
La staticità del Padre, che si erge diritto e maestoso, vuole ribadire che Egli è l’origine di tutto. Gli altri due angeli, la roccia, la casa, l’albero sembrano convergere verso di Lui, come verso la sorgente. Il gesto della mano e lo sguardo sembrano affidare una missione al Figlio. Il Padre non è nel mondo, le sue mani, infatti, non toccano la terra-altare, tuttavia le due dita alzate della mano destra esprimono la sua benedizione sul mondo, mentre il capo è inclinato per accogliere l’offerta amorosa del Figlio.
L’angelo centrale, il Figlio, indossa una tunica rosso vinaccia, colore della terra e del sangue, impiegato per indicare la natura umana assunta dal Figlio nell’Incarnazione. Egli attuerà la missione mediante il sacrificio di se stesso. Il mantello azzurro, sopra la veste rappresenta la sua natura divina. Esso è appoggiato su una spalla in quanto il Figlio riceve la sua missione dal Padre.
La stola gialla simboleggia la missione vittoriosa del Cristo “sacerdote”, che ha dato se stesso per la salvezza del mondo ed è risorto, annientando l’ultimo nemico: la morte.
Il corpo ricurvo e lo sguardo d’amore proteso verso il Padre esprimono accettazione e docilità alla volontà paterna. Il Figlio è eternamente rivolto al Padre e vive da Figlio in perfetto accordo con la sua volontà.
La mano destra è vicina alla coppa dell’offerta, poiché Egli è la vittima di quel sacrificio significato dalla testa dell’agnello. La mano, mentre riproduce il gesto benedicente del Padre, si
Angelo centrale: il Figlio
appoggia alla terra-altare per alludere alla sua discesa nel mondo, la posizione delle due dita si riferisce, infatti, alla sua duplice natura umana e divina.
Il braccio destro si presenta grande e potente, poiché è il braccio creatore del Padre per mezzo del quale tutte le cose sono state poste in esistenza.
Il bastone pende leggermente verso lo Spirito Santo, quasi in una richiesta d’aiuto. Mentre il capo è delicatamente chinato verso il Padre, il resto del corpo, ginocchio, spalle, mani sono rivolti verso lo Spirito Santo. Figlio e Spirito Santo agiscono in perfetta collaborazione in vista dell’unica missione: riportare l’uomo nel cuore del Padre.
Lo Spirito Santo, rappresentato dall’angelo di destra, indossa sopra la tunica azzurra, simbolo della sua divinità, un mantello verde acqua (colore della vita, della crescita e della fertilità), richiamo alla sua forza vivificante, che ha risuscitato Cristo e che ha comunicato al mondo il significato pieno della Risurrezione. Egli è rappresentato, quindi, come Colui che dà vita, Spirito di amore e di comunione.
Questo angelo ha l’espressione più riservata rispetto agli altri due. Egli è maggiormente piegato sulla mensa, in atteggiamento di ascolto, umiltà e docilità. Con questa postura sembra voler rivelare l’aspetto tipicamente femminile dell’amore: l’accoglienza, la custodia. Si tratta di elementi necessari, che saranno fecondati nel segreto.
La sua mano cadente sulla terra-altare addita il mondo come destinatario della benedizione. Ad esso Egli dona la vita che scaturisce dalla coppa del sacrificio e, nello stesso tempo, partecipa della benedizione della coppa.
Angelo di destra: lo Spirito Santo
Lo Spirito prende parte al dialogo divino e manifesta la sua prontezza ad essere inviato nel mondo per continuare l’opera del Figlio. Il suo atteggiamento è di pura oblatività, di pieno consenso e di totale dono nella disponibilità a compiere l’opera di santificazione.
Il mantello, anche in questo caso appoggiato solo su una spalla, ed il piede, che sta rispondendo alla danza iniziata dal Padre, traducono il suo accingersi a partire per la missione affidatagli: “Quando però verrà lo Spirito di verità, Egli vi guiderà alla verità tutta intera… dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 16,13).
Oltre alle mani, che convergono verso la terra (raffigurata dal lato anteriore della tavola-altare), i personaggi divini hanno il collo visibilmente dilatato, rigonfio del soffio vitale che stanno per riversare sugli uomini, attraverso le labbra socchiuse. Il movimento dei volti e la fissità degli sguardi trasmettono la perfezione della vita trinitaria, intrisa d’amore, nella quale ogni differenza converge in unità e la diversità sprigiona armonia, comunione, riconciliazione delle differenze e pace.
Dietro l’angelo di sinistra si intravede la casa del Padre, dove Egli ci attende assieme al Figlio. Essa è la casa in cui l’uomo non può tornare da servo, ma solo da figlio e mediante il Figlio che ci ha preceduto per prepararci un posto. La casa, inoltre, è simbolo della Chiesa, figlia anch’essa in quanto “corpo” di Cristo e dimora del Dio-con-noi.
La quercia di Mamre interpreta, contemporaneamente, l’albero di morte, poiché ricorda la caduta di Adamo, e quello di vita, in quanto richiama il legno della croce, sul quale Cristo, l’uomo nuovo, ha pagato il riscatto. Infatti, è significativo che il nuovo albero della vita, la croce, si innalzi proprio dalla tomba di Adamo.
La roccia-monte, che si scorge dietro lo Spirito, è insieme simbolo di protezione, del luogo in cui Dio si manifesta, ed anche dell’ascesa spirituale, della preghiera e della contemplazione.
Il vitello, che originariamente era offerto da Sara in un vassoio, con Rublëv diviene la coppa eucaristica, l’agnello sacrificale. Si tratta dello stesso agnello che “è stato immolato prima della fondazione del mondo. L’amore, il sacrificio, l’immolazione precedono l’atto della creazione del mondo, sono alla sua sorgente”.
Il fondo e le aureole (nimbi) d’oro sono simbolo della luce divina. La luce nell’icona non è naturale, ma spirituale in quanto proviene dalla grazia ricevuta, per mezzo dello Spirito Santo, prima dall’iconografo, nella contemplazione del mistero da rappresentare, successivamente da colui che, in preghiera, contempla l’icona.
L’icona, con la sua ricca simbologia, rappresenta il mistero fondamentale della fede cristiana: Dio uno e trino. Nello stesso tempo ci mostra il fondamento teologico della Chiesa: essa è rivelazione del Padre, nel Figlio per mezzo dello Spirito Santo.
Nell’icona si scorgono vari tempi del “Consiglio della Santissima Trinità”, noto ai padri della Chiesa:
1) il tempo che precede l’evento biblico di Gen 18, indicato dall’ambiente naturale (terra, monte, luce…) e dalla sottostante struttura ottagonale;
2) il tempo di Abramo, segnalato dagli angeli, dall’albero, dalla montagna, dall’altare che richiama il fuoco degli olocausti;
3) il tempo posteriore, collegato all’Incarnazione del Figlio di Dio. La struttura sottostante è la croce. L’albero richiama contemporaneamente l’albero del paradiso, a causa del quale cadde il primo Adamo, e quello della croce, per mezzo del quale il secondo Adamo, Cristo, risollevò, vivificò e fece risorgere il primo. La coppa, situata sulla tavola, indica il nutrimento per l’uomo. Il rettangolo costituisce il luogo su cui venivano poste le reliquie dei martiri.
Un quarto momento, quello intra-divino, è soltanto suggerito, in quanto rimane trascendente. Tuttavia è presente poiché l’economia della salvezza proviene dalla vita interiore di Dio.
In un medesimo sguardo si possono contemplare le “processioni” e le “missioni”. In realtà si tratta dello stesso profondo movimento: esso è circolare, parte dal piede destro dell’angelo di destra, continua nell’inclinazione della sua testa, passa per l’angelo del centro e continua nell’angelo di sinistra, dove entra in un riposo attivo. Il circolo rimane aperto, dando la sensazione che i Tre stiano aspettando qualcuno, invitato a prendere parte con loro al banchetto.
Sulla tovaglia bianca si trova una umile coppa, attorno alla quale gravita tutto. L’icona ci mostra l’angelo di destra, che mentre offre piena accoglienza a ciascun invitato, attende una risposta: lasciarsi ricevere dallo Spirito.
Il calice sulla tavola è disposto in modo tale da consentire a colui che si siede al banchetto di essere il più vicino. Quel posto libero è un invito esplicito rivolto a colui che contempla, come se fosse l’unico al mondo, l’atteso, il desiderato, il già accolto: “Padre voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io… Perché siano una cosa sola, come noi” (Gv 17,11.24).
Quell’unico posto attende un solo uomo-umanità, un unico corpo formato dall’unità trinitaria tra gli uomini. È un invito a farsi “commensali della Trinità”, a stare a “tavola” con l’umanità intera e con Dio, partecipando all’intimità del dialogo intratrinitario, al “Consiglio dei Tre” dove si tratta del destino del mondo e si è invitati a prendere la parola, a coniugare con Dio la storia, a intercedere per i Popoli. I Tre ascoltano e prendono in considerazione la parola dell’uomo che diviene intercessione capace di indurre Dio a modificare il suo progetto nel tempo. Dio Trinità è attento alla supplica del “commensale”, la attende, non vuole essere da solo nella signoria dell’amore.
Al momento della comunione si realizza in senso stretto la Parola di Cristo: “Io sono glorificato in loro” (Gv 17,10). Chi riceve il Figlio riceve il Padre: “Siamo consumati nell’unità con Dio Padre per mezzo di Cristo. Ricevendo, infatti, in noi corporalmente e spiritualmente ciò che il Figlio è per natura, diventiamo partecipi e consorti di tutta la natura suprema”.
Quell’accoglienza-attesa sottende, dunque, un invio. L’angelo di sinistra, il Padre, chiede al Figlio e allo Spirito di perpetuare la loro missione in colui che contempla, sino al compimento della comune attesa: Inviali sulle piazze e sulle strade delle città senza luce e conducano qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi gridando loro: ‘Per chi prende parte al banchetto del Regno, beatitudine e grazia per tutta la vita’. Si apre all’infinito il cerchio dell’icona; volti senza numero appaiono su quelli degli angeli. Vi si stringe una moltitudine amata e amante di tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue. “Perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,25).
(INSERIRE COLLEGAMENTI IPERTESTUALI)
Seconda meditazione Terza meditazione Quarta meditazione Quinta meditazione
Sesta meditazione
Esercizi Spirituali Estivi 2010 a ‘Il Seguito di Gesù’
Relatore: Padre Giovanni Terzo della Comunità Missionaria di Villaregia
SECONDA MEDITAZIONE
Santità comunitaria:
Dio Trinità ci chiama a entrare nella sua vita
a vivere la sua unità
- Dio Trinità ci chiama a partecipare della sua vita di relazione.
- Dio Padre ci dona quello che il suo Figlio nella preghiera sacerdotale-dell’ora.
- Scopo della preghiera, tipo ed effetti dell’unità.
- DIO TRINITÀ CI CHIAMA A PARTECIPARE DELLA SUA VITA DI RELAZIONE.
La comunione nella Comunità trova fondamento nella RIVELAZIONE che Dio ha fatto di sé, come Trinità, nel Cristo
1Gv 1,1-3
1] Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita
[2] (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi),
[3] quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo.
Gv 1,18;
[18] Dio, nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato.
Gv 15,15
[15] Vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio, l’ho fatto conoscere a voi.
e nella possibilità che ci ha dato di PARTECIPARE alla sua stessa natura.
1Gv 4,13
[13] Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito.
Gv 1,12
[12] A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome
2Pt 1,4
[3] La sua potenza divina ci ha fatto dono di ogni bene per quanto riguarda la vita e la pietà, mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua gloria e potenza.
[4] Con queste ci ha donato i beni grandissimi e preziosi che erano stati promessi, perché diventaste per loro mezzo partecipi della natura divina, essendo sfuggiti alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza.
Ef 2,18
[18] Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. [19] Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio,
Come l’amore scambievole unisce il Padre e il Figlio nell’unità dello Spirito Santo, nella distinzione e nelle attribuzioni proprie delle Persone, così la comunità può essere unita nell’amore, per mezzo dello Spirito Santo effuso nei nostri cuori, nella ricchezza della diversità delle persone. Fonte e modello della comunione e della Comunità è la Santissima Trinità. (Cfr. UR 2)
Il Padre, ‘fonte d’amore’, gratuitamente ci chiama a partecipare alla sua vita e alla sua gloria. A questa partecipazione ci chiama non ad uno ad uno, ma riunendoci in un solo Popolo, raccogliendoci in unità.(GS 1)
Il Figlio, recettività infinita, realizza nel tempo il progetto d’amore del Padre e, comunicando il suo Spirito, fa di tutte le Genti il suo unico corpo. Da Cristo tutto il corpo riceve coesione e unità.
Ef 4,16;
[15] Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo,
[16] dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità.
Gv 11,52
49] Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla
[50] e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”.
[51] Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione
[52] e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.
“La comunione dei cristiani con Gesù ha quale modello, fonte e meta la comunione stessa del Figlio con il Padre nel dono dello Spirito Santo: uniti al Figlio nel vincolo amoroso dello Spirito, i cristiani sono uniti al Padre (…).
Dalla comunione dei cristiani con Cristo scaturisce la comunione dei cristiani tra di loro: tutti sono tralci dell’unica vite che è Cristo. In questa comunione fraterna il Signore Gesù indica il riflesso meraviglioso e la misteriosa partecipazione all’intima vita d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.” (Cfr. ChL 18)
“Il Signore Gesù quando prega il Padre perché ‘tutti siano una cosa sola, come io e te siamo una cosa sola’, Gv 17,21-22 mettendoci davanti orizzonti impervi alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine fra l’unione delle Persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nell’amore.” (Cfr GS 24)
Lo Spirito Santo, Consolatore e Paraclito, che dall’eternità vincola l’unica e indivisa Trinità, inviato dal Padre nel nome del Figlio, ci insegna ogni cosa,
1Gv 2,20
[20] Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza.
ci ricorda tutto ciò che Gesù ci ha detto,
Gv 14,26
26] Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
ci conduce alla verità tutta intera e
Gv 16,13;
[13] Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
1Gv 5,6
[6] Questi è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità.
si effonde come vincolo di pace
Gv 15,26-27;
[26] Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza;
[27] e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio.
Gv 20,20ss
[20] Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
[21] Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.
[22] Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo;
[23] a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”.
come principio dinamico della varietà e dell’unità. (Cf. ChL 20) “Lo Spirito, unico e identico nel Capo e nelle membra, dà a tutto il corpo la vita, l’unità e il movimento, così che i santi Padri poterono paragonare la sua funzione con quella che esercita il principio vitale, cioè l’anima, nel corpo umano.” (LG 7)
“Il ‘noi’ divino costituisce il modello eterno del ‘noi’ umano (…) comunità di persone per le quali il modo proprio di esistere e di vivere è la comunione.”
Giovanni Paolo II, lett. ap. Lettera alle famiglie, 2 febbraio1994.
L’esistenza umana è come il libero “sbocciare”, nella storia, di questa estasi intratrinitaria, che gli uomini sono chiamati a dilatare, nella sua espressione storica, partecipando in Cristo all’effusione dello Spirito Santo accolto, donato e condiviso gli uni gli altri: vivendo l’amore non in modo “duale” ma “trinitario”, non esclusivo, ma sempre aperto ad una crescente molteplicità.
La Comunità è fatta da un intreccio di rapporti trinitari,sempre aperti alla molteplicità; è una comunione di persone disposte a prendere sempre l’iniziativa di amare, riflesso dell’amore sorgivo del Padre,
1Gv 4,11-19
[11] Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.
[12] Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.
[13] Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito.
[14] E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo.
[15] Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio.
[16] Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.
[17] Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo.
[18] Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.
[19] Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo.
felici di lasciarsi avvolgere dall’amore, come la voragine di accoglienza che il Figlio è, persone pienamente realizzate solo in questa reciprocità spalancata al mondo, volto dello Spirito Santo.
L’uscire da sé, la gratuità del dono si alterna con la pura gratitudine, con l’accoglienza del puro dono: il dono si fa accoglienza e l’accoglienza dono. Tendiamo costantemente, nel nostro intrecciarci, ad essere uno per l’altro ora l’iniziativa d’amore di Dio-Padre, ora la risposta di Dio-Figlio. Così si innesca uno scambio di ruoli che genera fraternità e fa “procedere”, come dal Padre e dal Figlio, come dal Padre per il Figlio, lo Spirito Santo, unità dell’amore e apertura infinita, universalità del dono.
Tra i due che vivono in questa dinamica d’amore, il terzo fratello è ospite gradito, perfezione dell’amore, garanzia di libertà, di universalità; il terzo fratello, immagine dello Spirito Santo, è anche rappresentante di ogni altro uomo, di ogni assente, dell’umanità tutta.
“Io e il Padre siamo una cosa sola.” Gv 10,30
“Il Padre è in me ed io nel Padre.”
Gv 10,38; 14,11
17] Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.
[18] Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio”.
“[Egli], dove vede due o tre riuniti nella fede nel suo nome (Mt 18,20) va là ed è in mezzo a loro, attirato dalla loro fede e provocato dalla loro unanimità.”(Origene, Cant. 1,3-4a, (GCS 8, 102).
“La concordia unisce e contiene il Figlio di Dio.” (Origene, Comment. in Matth. XIV, 15 (PG 13, 1187).
- DIO PADRE CI DONA QUELLO CHE IL FIGLIO CHIEDE NELLA PREGHIERA SACERDOTALE DELL’ORA.
Gv 17, 1-26
[1] Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: “Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te.
[2] Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.
[3] Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.
[4] Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare.
[5] E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.
[6] Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola.
[7] Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te,
[8] perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.
[9] Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi.
[10] Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro.
[11] Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.
[12] Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura.
[13] Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia.
[14] Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
[15] Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno.
[16] Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
[17] Consacrali nella verità. La tua parola è verità.
[18] Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo;
[19] per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità.
[20] Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me;
[21] perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
[22] E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola.
[23] Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.
[24] Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.
[25] Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato.
[26] E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”.
E’ la preghiera sacerdotale, di Gesù mediatore, di Gesù sommo sacerdote, è la sua preghiera.
E’ chiamata anche la preghiera dell’unità, il testamento di Gesù, cioè, il massimo desiderio di Gesù, la proposta più alta, che Gesù ha fatto all’uomo, il suo desiderio più grande.
E’ un dono fatto a noi, già da questa terra. Gesù non ci ha promesso questo dono domani, dopo la morte, ma oggi, a me, così come sono, con i miei limiti, la mia età, il mio cammino… Gesù dà questo dono.
Non sono io che prego, non è un sacerdote qualsiasi, neanche un vescovo, ma è Gesù stesso: “Io prego”. Quindi, questa preghiera è una potenza divina, il Padre non può dire di no al Figlio suo, è una preghiera già ottenuta, efficace per se stessa.
Gesù in questo brano non prega per gli apostoli, ma per tutti i credenti. Tutti, nessuno escluso. Amore universale di Dio che arriva a tutti e non esclude nessuno: “Perché tutti…”? E’ l’amore del padre e della madre che non esclude nessuno, altrimenti sarebbe snaturato.
Quindi, Gesù dona a noi un amore che è possibile a tutti, anche se sembra una meta così alta, così bella; è un amore che Gesù dona per tutti.
- 20: “Io prego…”
Io, il sommo sacerdote, io, l’unico sacerdote, io Dio, io prego. Non è una verità proposta dalla Chiesa, no. E’ Gesù stesso che ha pregato questo.
“…non solo per questi ma anche…”
Questo “solo” e “anche” sottolineano una verità: non ritenerti inferiore, questa preghiera è anche per te, per tutti; per tutti quelli che diranno sì alla mia Parola.
SCOPO DELLA PREGHIERA DI GESÙ
Perché Gesù ha pregato per me, per noi?
Al v. 21 ce lo dice: “… perché tutti siano una cosa sola”. (1° volta)
Ecco, lo scopo della preghiera di Gesù.
v.21b: “Siano anch’essi in noi una cosa sola (2° volta),
v.22b: “perché siano una cosa sola (3° volta),
v.22c: “come noi siamo una cosa sola” (4° volta),
v.23: “perché siano perfetti nell’unità” (5° volta).
5 volte in 4 versetti, “perché siano una cosa sola“, questo è il motivo per cui Gesù ha pregato, l’unità dei discepoli che ha come fondamento la sua intima unione con il Padre e come modello la sua stessa relazione con il Padre.
Gesù non ci ha detto: “Dovete essere bravi, essere santi, e poi ci ha abbandonati”; Gesù non ha fatto così, ma ci ha detto: “Tu sii uno con i tuoi fratelli. Ti aiuto io”. Il fondamento di quest’unità dei discepoli è la sua stessa vita intima con il Padre.
- 21: “Come tu, Padre, sei in me ed io in te, anche loro siano in noi una cosa sola“.
La sua relazione con il Padre diventa per noi modello, ma non ci mostra solo il modello, altrimenti ci saremmo spaventati, ci dice anche “non ti preoccupare”, non temere, io stesso ti darò la mia vita, la mia relazione con il Padre, io la dono a te. Non è la mia buona volontà che raggiunge quest’unità; il fondamento, l’essenziale non è la mia buona volontà, ma ciò che mi dà quest’unità è Dio stesso, è un dono divino, un dono che piove dall’alto.
Anche il modello è un dono, è offerto da Dio stesso, è Dio stesso che si offre a noi come modello. Gesù ha dato come modello se stesso, ha reso a noi possibile imitare lui stesso, ha dato a noi la possibilità di imitare se stesso.
Noi siamo qui come agape, come famiglia per essere perfetti nell’unità e perché il mondo creda: ecco la finalità della preghiera, essere agape, essere famiglia. Siamo qui per questo.
“Padre santo, siano una cosa sola come noi“.
Questa è la finalità, questo è ciò che Gesù vuole, per essere perfetti nell’unità perché il mondo creda.
CHE TIPO DI UNITÀ GESÙ CHIEDE PER NOI.
- a) E’ una unità visibile, concreta
E’ una unione concreta, vera che Gesù chiede per noi, non una poesia. Gesù ha chiesto una unità concreta, che sia visibile.
Ci propone e si propone come sorgente: la Sorgente. Dove vado ad attingere, come faccio a fare questo? La sorgente è l’iniziativa stessa di Dio. Ci propone la sua stessa potenza salvifica: come noi. E’ il Sommo Sacerdote che prega, il mediatore tra Dio e gli uomini che ha chiesto questo.
Questo “come” che Gesù ripete è sempre modello e fondamento. Questo piace molto a chi è portato al pessimismo, a chi facilmente si scoraggia, perché propone un modello e poi Gesù stesso diventa fondamento, sorgente d’unità.
Questo “come” ha una forza comparativa, noi possiamo essere uniti come Lui è unito al Padre.
Ha una forza comparativa ma anche causativa, creatrice. Mentre Gesù prega si propone a noi, ma al tempo stesso causa l’effetto in noi, causa l’unità in noi.
Solo l’amore di Dio può fare questo, nessuno di noi poteva pretendere questo, nessun uomo poteva pretendere di vivere la stessa vita relazionale di Dio.
Gesù si propone come forza comparativa e si propone come forza causativa. Tu puoi essere come me, piccolo, debole, non ti preoccupare, io ti dono questo.
Questa forza discende da Dio, dal Padre e dal Figlio per tutti i credenti. Mastichiamo questa Verità, meditiamo, entriamo in questo oceano di grazia, di luce, contempliamo.
Io posso essere unito agli altri come Gesù è unito al Padre, mentre faccio questo tutto il mio essere viene trasformato. L’unità che c’è tra il Padre e il Figlio è lo stesso tipo di unità che c’è tra i credenti, è della stessa natura. Adesso tra noi c’è quella stessa unità che c’è fra il Padre e il Figlio.
Possiamo rovesciare, l’unità che c’è tra noi è della stessa natura dell’unità che esiste tra il Padre e il Figlio. Come io ho la stessa natura di papà e mamma, così tra di noi possiamo avere la stessa natura relazionale che c’è tra il Padre e il Figlio: “Come noi“.
Quando meditiamo, è importante che quello che guardiamo con i nostri occhi e capiamo, sentiamo con la nostra intelligenza, parli a tutto il nostro essere. Dopo, non importa se non riusciamo ad andare avanti, possiamo anche fermarci, possiamo pregare, riprendere il giorno dopo.
- b) Gesù chiede: la sua Presenza in noi e noi in loro.
Se riusciamo ad andare avanti, vediamo che Gesù non chiede solo l’unità, ma chiede anche la divina presenza interiore.
- 21b: “Siano anch’essi in noi una cosa sola… e la gloria che tu hai dato a me sia in loro“,
- 22: “… la [stessa] gloria che tu hai dato a me [Padre] io l’ho data a loro“.
Gesù non chiede solo l’unità per noi, ma chiede anche la divina presenza, in altre parole chiede l’unità ontologica. Questo non ci meraviglia, ricordiamo che Gesù stesso, in un’altra Verità, si è identificato con il povero, unità ontologica, unità di tutto l’essere.
Qui Gesù non solo ci presenta l’unità come modello, come meta da raggiungere, ma ci dà anche la sua stessa vita intima, la presenza interiore, ciò che Lui vive con il Padre lo dona a noi.
Noi entriamo in rapporto, entriamo dentro questo oceano che è Dio, che è la Trinità, tutto il nostro essere partecipa all’essere, partecipa alla Vita Trinitaria.
- c) Una unità che si modella sull’immanenza reciproca del Padre e del Figlio
La nostra unità si modella sull’immanenza reciproca del Padre e del Figlio, l’immanenza è la reciproca presenza interiore del Padre nel Figlio:
- 10: “Tutto ciò che è tuo è mio”.
Per cui noi diciamo: Tre persone, ma un solo Dio. Questa reciproca presenza interiore del Padre nel Figlio è data a noi.
Guardiamo l’immagine del bimbo abbandonato nelle braccia della madre, è lì in comunione, anche fisica. La nostra unione con il Padre è ancora più grande, non è così esterna, non sono due persone che si avvicinano, ma tutto il nostro essere viene immerso nell’essere di Dio, veniamo immersi in questa reciprocità che fa del Padre e del Figlio una cosa sola.
Questa immanenza del Padre nel Figlio, Gesù stesso ce la dona, ciò che il Padre ha fatto per Lui, l’accoglienza totale, Gesù poi la dona a noi. Ritorniamo sullo stesso concetto: Gesù modello e causa dell’unità, causa e fonte. Ripetiamo finché il nostro cuore non sia sazio e poi andiamo da Maria e le chiediamo che ci aiuti.
- d) Una unità che si realizza in questa vita
Se siamo semplici, dobbiamo liberarci da tante immagini, concetti che ci sono stati buttati addosso. Gesù, entra in tutto il nostro essere, oggi. Questa unità, che Gesù ci propone, non è per il futuro, per il domani, ma per oggi. Dobbiamo togliere i condizionamenti che non ci fanno più credere all’unità. Se siamo semplici, Gesù ci libera dai condizionamenti, dai freni, perché questa unità che Gesù ha pregato per noi, si attui ora e in questo luogo.
Siamo qui, in questa casa, quindi la mia unità deve funzionare oggi, qui, in questa casa; qui ed ora, non un altro giorno. Gesù ha detto:
- 21: “Siate una cosa sola perché il mondo creda.”
E’ oggi che Gesù vuole la nostra unità, affinché il mondo creda. Come fa il mondo a credere, se io non sono uno?
Questo compimento dell’unità, in noi, deve avere un effetto immediato, sul mondo d’oggi, quindi, non dobbiamo aspettare domani, Gesù vuole questo per me oggi.
Arrivare ad essere perfetti nell’unità
Guardiamo anche un’altra frase che può farci paura:
- 23: “Io in loro e Tu in Me, Padre perché siano perfetti nell’unità…”
Non soltanto un’unità spirituale, intimistica, io e Gesù, io e Dio, ma manifesta una unità che diventa segno tangibile della presenza di Dio, un’unità tra di noi che si manifesta all’esterno. Se io sono unito a te e tu sei unito a me, noi diventiamo, automaticamente, segno della presenza di Dio. E’ Lui che ha fatto questi doni. Donandoci il suo amore ci rende capaci di questa unità.
Se attuiamo l’unità, lui attua la Sua presenza e diventa come un fuoco e il fuoco scalda, brucia, quindi, non solo un’unità spirituale. Qui dobbiamo stare attenti a non cadere nell’intimismo. E’ un’unità che si manifesta esternamente: “Ciao, ti vedo con gioia, ti accompagno nel cammino”. “Guarda come si vogliono bene!” Unità esterna, visibile, che si vede, si tocca.
Questo è il pensiero di Gesù. Allora tutte le volte che discuto, che rifiuto, che sento che il sangue mi va alla testa, tutto questo è utopia? No, dobbiamo continuamente cercare la Verità, mangiare la Parola. Per noi, è importante cercare la Verità, è fondamentale.
Perché ci sia questa unità, nonostante le difficoltà, è importante che noi restiamo nell’amore. La divergenza di idee, di opinioni non ci ruba l’unità, importante è che nella diversità restiamo nell’amore. A volte piangiamo, ci costa, ma IMPORTANTE è restare nell’amore. Nella diversità si può restare nell’amore. La stanchezza, le fatiche, la pesantezza non ci rubano l’unità. Una unità senza difficoltà è spiritualistica. Gesù vuole da noi discepoli, un’unità concreta, con i piedi per terra.
Naturalmente questa unità la devo raggiungere con la ricerca della verità, nel tempo; noi viviamo nel tempo e durante la ricerca dobbiamo restare nell’amore. Siamo creature ferite, c’è il peccato, il demonio che, se può, la prima cosa che ci distrugge è l’unità. Quando scatta il rifiuto, la disunità, il demonio entra, questo sì che è pericoloso. Ma, non avere paura delle divergenze, delle fatiche, del tempo.
Quando siamo tentati dal dire: “E’ impossibile”; quando ci viene questo dubbio, riprendiamo questa preghiera dell’unità, perché questa unità è una unità possibile, perchè è voluta, ottenuta da Gesù, non è una verità inventata, ma voluta da Dio, un dono di Dio.
Il Padre mi ama come ama il Figlio suo. Pensiamo cosa vuol dire questo. Come Dio è Padre, come Dio è papà, come Dio è babbo, è papi… Se io capisco che Dio mi ama, come ama il Figlio suo, come posso temere? E mi dice di amare come lui ama il Figlio.
GLI EFFETTI DELL’UNITÀ
Guardiamo all’effetto di questa vita, di questa scelta, di questa unità. Gesù ci spiega:
- a) v. 21: “perché il mondo creda che tu mi hai mandato”.
Alcuni traducono: “Così il mondo potrà credere che tu mi hai mandato”. v 23: “Così il mondo saprà che tu mi hai mandato”.
E’ una ripetizione.
Oltre a questa comunione con Dio, Gesù premia la nostra unità facendo sì che gli altri credano. Gesù ripete la stessa verità perché sa quanto la nostra testa è dura. Il fratello crederà in Me perché voi discepoli siete uno.
La conversione del fratello è il premio della nostra unità. Gesù si è proposto come modello, ma è diventato anche causa, non solo forza comparativa, ma anche causa. Questo ha fatto Gesù e Gesù permette, vuole che lo facciamo anche noi. Noi vivendo in unità, vivendo in comunione diventiamo modello per i pagani, per i fratelli, non solo modello ma anche causa, diventiamo una forza comparativa come Dio stesso, diventiamo una forza causativa: noi causiamo ciò che Dio stesso causa, produciamo ciò che Dio produce.
Ecco come Gesù ha voluto rendere potente l’unità: “Così il mondo saprà, che tu mi hai mandato“. Dal modello che siamo, e mentre viviamo questo “modellino” diventiamo anche causa; causiamo negli altri questa fede, causiamo negli altri questo incontro con Dio.
Capiamo cosa vuol dire andare ad una settimana di animazione senza unità. Cosa andiamo a causare? Non ti puoi proporre come modello e neanche come causa; sei una qualunque creatura che va a battere l’aria.
Ma se partiamo, limitati come siamo, anche nella divergenza, nella ricerca, però nell’amore, ci proponiamo come modello, possiamo essere modello comparativo, l’altro si compara con noi, noi lo mettiamo in questione.
Questo modello è causativo, genera Dio stesso. Possiamo guardare anche gli altri effetti.
- b) v 23b: “Il mondo sappia che tu li hai amati”
La nostra unità fa sì che l’altro creda di essere amato da Dio. L’amore sponsale genera il bambino, è modello e causa, è un amore creativo.
“Il mondo crederà che tu li hai amati“. Il nostro amore reciproco, la nostra unità, diventa creativa, genera. Le persone crederanno di essere amate da Dio. Il bambino, quando è amato, cresce. Cresce equilibrato, gioioso, bello anche fisicamente. La nostra unità è generativa come l’amore paterno e materno. L’unità mi dà l’amore divino, mi dà l’immanenza, mi dà la reciprocità intima del Padre con il Figlio e il “mondo saprà che tu li hai amati“.
Quante volte diciamo: “Non dico questo, perché ho paura che dopo tu non mi ami più”. La nostra unità, invece, causerà sicurezza nell’altro e l’altro scoprirà di essere amato da Dio. Crede oggi, e non ieri, perché ha visto, oggi, il modello. La mia unità ti convince che Dio ti ama.
- c) v. 23: “Il mondo saprà che Tu li hai amati come ami me”.
Questi “come” sono fantastici. “Come ami me“.
La misura dell’amore che tu Padre doni all’uomo, così com’è, è l’amore divino; doni all’uomo lo stesso amore che hai dato a me; gli uomini scopriranno che li ami come ami me. È un amore gratuito, infinito, non fondato sulla mia bontà, ma fondato sulla bontà di Dio, sul cuore di Dio.
Noi, per il Padre, quando siamo in comunione, siamo Gesù stesso. Mentre siamo qui che mangiamo questa Parola, il Padre che ci guarda, non vede noi, ma il figlio suo, il Verbo: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato”.
La nostra unità arriva a questo punto; l’unità che Dio ci permette produce questo effetto: l’altro si sentirà amato, un giorno scoprirà di essere amato come il Padre ama il Figlio suo. Quando siamo in unità, noi per il Padre siamo Gesù stesso e il fratello ci vede così. Non sono ingenui quelli che ci vedono così, vedono che siamo Gesù. Ecco cosa fa l’unità.
Possiamo pregare tutto questo, contemplare: sono una cosa sola con Lui, Dio mi vuole così bene che sono diventato Lui, sono diventato ciò che ho studiato, sono entrato nel suo seno, sono principe, figlio del re, figlio di Dio.
Dopo inciampo, non importa, questo è l’amore di Dio che si riversa su di noi.
(TORNA A ‘FONDAMENTI BIBLICI E TEOLOGICI’)
Esercizi Spirituali Estivi 2010 a ‘Il Seguito di Gesù’
Relatore: Padre Giovanni Terzo della Comunità Missionaria di Villaregia
TERZA MEDITAZIONE
VIVERE LA COMUNIONE NELLA COMUNITÀ COME LUOGO
PER VIVERE RELAZIONI TRINITARIE NELL’AMORE RECIPROCO.
Dio in mezzo a noi, la sua presenza costituisce la comunità e la fa santa.
Essere comunità significa.
Comunità vita di amicizia nel Signore
Comunità luogo dell’accoglienza dove si cerca il bene dell’altro
Comunità luogo del perdono.
Comunità luogo di permanente conversione
Essere Comunità non è solo guardare alla Trinità Santissima, è anche guardare all’uomo con gli occhi di Dio e tentare di tradurre in relazioni umane, con vincoli nello Spirito, l’intimo dinamismo d’amore Trinitario.
Con il nostro vivere nella carità, con il superare ogni divisione nella ricerca dell’unità, noi veniamo, per così dire, a “GENERARE” la Presenza di Dio.
“[Egli], dove vede due o tre riuniti (Mt 18,20) nella fede nel suo nome, va là ed è in mezzo a loro, attirato dalla loro fede e provocato dalla loro unanimità.” (Origene, Cant. 1,3-4a, GCS 8, 102).
“La concordia unisce e contiene il Figlio di Dio.”. (Origene, Comment. in Matth. XIV, 15 (PG 13, 1187).
Questa divina Presenza costituisce la Comunità nel suo essere: “(…) la Comunità, come una vera famiglia unita nel nome del Signore, gode della sua Presenza. L’unità dei fratelli manifesta la venuta del Cristo, e da essa promana una grande energia per l’apostolato”. PC 15.
ESSERE COMUNITÀ SIGNIFICA, PERCIÒ:
impegnarci costantemente a vivere nell’amore reciproco,
Gv 13,34-35
[34] Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
[35] Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.
disposti a dare la vita l’uno per l’altro,
1Gv 3,16
16] Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli.
per creare quella concordia che costituisce il “santuario” scelto da Dio come sua “dimora”.
È DIVENIRE INSIEME “ARCA DELL’ALLEANZA”, luogo sacro dove Dio si fa presente in modo speciale.
Es 25,22
[22] Io ti darò convegno appunto in quel luogo: parlerò con te da sopra il propiziatorio, in mezzo ai due cherubini che saranno sull’arca della Testimonianza, ti darò i miei ordini riguardo agli Israeliti.
Essere Comunità è divenire insieme “TEMPIO DI DIO”:
2Cor 6,16
[16] Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto:
Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo.
I primi cristiani “erano certamente diventati templi di Dio,e non lo erano diventati solo come singoli ma tutti insieme erano diventati tempio di Dio. Erano diventati, in altre parole, luogo sacro al Signore; e voi sapete che di tutti costoro era risultato un unico luogo per il Signore”. S. Agostino, Esposizione sul Salmo 131, 5 (PL 1718).
“Siamo suo tempio, sia collettivamente che individualmente. Egli desidera abitare nell’unione di tutte e di ciascuna persona.” S. Agostino, La città di Dio, 10,3 (PL 282).
Essere Comunità è divenire insieme “CASA DI DIO”:
1Tm 3,15
[14] Ti scrivo tutto questo, nella speranza di venire presto da te;
[15] ma se dovessi tardare, voglio che tu sappia come comportarti nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità.
Eb 3,6
[6] Cristo, invece, lo fu come figlio costituito sopra la sua propria casa. E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo.
“questa chiesa edificio è la casa delle nostre preghiere, ma noi stessi siamo il vero tempio di Dio. Di più: noi formiamo anche insieme la casa del Signore, ma solo se siamo uniti reciprocamente nell’amore”. S. Agostino, Discorso 336, 1 (PL 1471-1472).
“Chi viola l’unità, viola il tempio di Dio.”. S. Agostino, Esposizione sul Salmo 10, 7 (PL 135).
Essere Comunità è divenire insieme “DIMORA DI DIO”:
Lv 26,3.11-13
[11] Stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e io non vi respingerò.
[12] Camminerò in mezzo a voi, sarò vostro Dio e voi sarete il mio popolo. [13] Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta.
Ef 2,22
21] In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore;
[22] in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito.
“Il Signore ha scelto Sion, l’ha voluta per sua dimora:
“Questo è il mio riposo per sempre;
qui abiterò perché l’ho desiderato’”. Sal 132,13-14; Ap 21,3; Ez 37,27
“Se osserverete i miei comandi e li metterete in pratica (…)
io stabilirò la mia dimora in mezzo a voi,
e io non vi respingerò, camminerò in mezzo a voi,
sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo.” Lv 26,3.11-13
“Tu stesso sarai dimora del Signore e sarai uno con tutti quelli che sono dimora del Signore.” S. Agostino, Esposizione sul Salmo 131, 5 (PL 1718).
È divenire insieme “ALTARE DI DIO”:
“Costoro, dunque, che erano in grado di pregare unanimi ad una sola voce ed un solo spirito, sono ben degni di essere scelti a costruire tutti insieme un solo altare, sul quale Gesù offre un sacrificio al Padre”. ORIGENE, Omelie su Giosuè figlio di Nun, 9,1-2 (SCh 71, 244-246).
LA NOSTRA VITA DI RELAZIONE NEL CAMMINO DI SANTITÀ COMUNITARIA.
“Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio.” 1Gv 4,7
COMUNITÀ LUOGO DELL’ACCOGLIENZA
Nella comunità il fratello accoglie, ricrea, educa, guarisce, perdona. Nella comunione che ristabiliamo con il fratello cui si chiede perdono è racchiusa la comunione con tutta la Comunità, madre di misericordia.
espressione concreta di maternità
1Ts 2,7
[7] Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature.
Accogliendoci gli uni gli altri scopriamo che la comunione non è fondata su ciò che ciascuno è in se stesso, ma su quello che uno è in Cristo e su quanto Cristo ha fatto per ciascuno. Capaci di portare gli uni la croce degli altri, di perdonarci con benevolenza, di cantare insieme la sua eterna misericordia.
“Guai a colui che è solo: se cade non ha nessuno che lo rialzi.” Qo 4,10; Sir 6,14
La Comunità è chiamata ad essere il luogo in cui l’uno accoglie l’altro e tutti accolgono ciascuno.
Rm 15,7
[7] Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio.
È questa accoglienza che trasforma qualsiasi diversità in ricchezza; è questa accoglienza che rende la Comunità luogo della crescita per lo sviluppo della coscienza personale, dell’unione con Dio, della capacità di amare gratuitamente.
La comunione fa scoprire l’altro come dono, così come egli è, e fa sbocciare la gratitudine per la sua presenza accanto a noi, una presenza non scelta, ma ricevuta, accolta. Ed il sentimento di gratitudine purifica inconsapevolmente dall’egocentrismo, dall’orgoglio e dalla presunzione, dall’invidia e dalla competizione. Si scopre sempre più che il centro dell’esistenza nostra e del fratello è Dio, il centro della vita personale e comunitaria è Dio. Si scopre sempre più che è Lui ad agire attraverso le nostre persone, sulla nostra debolezza, oltre le nostre aspettative.
La debolezza ed il limite rimangono, però, per noi sempre una sfida: sfida per la nostra fede, oltre che per la nostra psicologia bisognosa di sicurezze. L’alterità sempre ci chiama a conversione. Le tensioni ed i conflitti sempre esigono una serena capacità di pacificare in noi ed attorno a noi ciò che tenta di creare divisione; una vigile attenzione a non confondere unità con uniformità; un umile impegno ad integrare gli insuccessi e gli errori nostri e altrui; un sincero amore al fratello nella sua verità di luci e ombre, una cordiale accoglienza del dolore interiore dell’altro.
CERCARE IL BENE DELL’ALTRO
Ognuno desideri il BENE DELL’ALTRO, abbia cura dell’altro come di se stesso,
1Ts 5,15
[15] Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno; ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti.
lo sproni ad una costante tensione alla santità
Gal 6,10;
10] Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede.
Eb 12,10-12
[10] Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di renderci partecipi della sua santità.
[11] Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.
senza acconsentire ad accomodamenti o soste o rilassamenti.
1Ts 5,14
[14] Vi esortiamo, fratelli: correggete gli indisciplinati, confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti.
[15] Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno; ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti.
La Comunità per sua vocazione intima è la condivisione dell’impegno a farsi santi, a crescere integralmente in Cristo.
1Pt 1,15-16
[15] ma ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta;
[16] poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo.
Col 3,16-17
[16] La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali.
[17] E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.
La Comunità diviene il “crogiolo” di purificazione e realizzazione della persona, secondo il piano di Dio.
Eb 12, 5-6.11
[5] e avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui;
[6] perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio.
[11] Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.
LA VITA DI RELAZIONE TRINITARIA COME VITA DI AMICIZIA
La vita di relazione trinitaria è VITA DI AMICIZIA che si esprime nel dare posto all’altro, nella gioia del vivere insieme.
L’amicizia motivata da ragioni soprannaturali matura sempre più alla luce della grazia nella lieta semplicità e nella comprensione cordiale. Essa rende la persona sempre più compiutamente realizzata e aperta, (CC 64) poiché porta a prendere coscienza profonda di sé e degli altri, di sé negli altri, per gli altri e con gli altri, porta a prendere coscienza di sé in rapporto con l’altro, e dell’altro diverso e distinto da sé.
L’amicizia porta a prendere coscienza della presenza dell’Altro, sorgente di ogni amore, vera radice di una reciprocità realizzata, vincolo di unità e di apertura. Senza la Presenza di Dio è difficile sfuggire al rischio di una fusione indistinta, di una complementarità intesa come appoggio tra diverse identità, incapaci di sostenersi e risorgere dalle tante morti quotidiane. La sua Presenza, invece, perpetua l’esperienza di Emmaus, svelando il mistero dell’amore e il senso della vita.
L’amicizia è un’uscita da se stessi in cerca degli altri;
è dare totale spazio all’altro, perdendosi;
è passaggio dall’egoismo all’altruismo;
è esperienza purificatrice;
è esperienza di vulnerabilità e povertà,
per entrare nella vera fortezza e ricchezza;
è perdersi per ritrovarsi nel dono, è perdersi reciproco
per ritrovarsi affermato nell’altro e dall’altro;
è possibilità di assumere tutto e offrire tutto.
Non si tratta di avere un amico, tra i fratelli,
ma di vivere degli autentici rapporti tra noi,
per offrire a tutti un cuore dilatato a misura di amicizia universale.
Vivere con una persona un rapporto significativo di amicizia
è canale di passaggio dell’amore di Dio,
ed è tappa per giungere ad un’esperienza di universalità e totalità
nell’amicizia stessa.
L’amore che ci abita,
ci rende capaci di donare a tutti quella intensità di relazione
che abbiamo vissuto in un rapporto privilegiato;
ci rende capaci di passare dall’avere degli amici ad essere amici;
ci fa amicizia, relazione in atto, sempre.
Gesù stesso ha voluto mantenere con i discepoli rapporti di amicizia:
Gv 11,3
[3] Le sorelle mandarono dunque a dirgli: “Signore, ecco, il tuo amico è malato”.
Gv 15,15
“Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici”.
La vita di relazione trinitaria nella Comunità è vita protesa alla santità comunitaria. (Cf. RMi 90).
Gv 17,17.19
[17] Consacrali nella verità. La tua parola è verità.
[18] Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo;
[19] per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità.
Rm 11,16
[16] Se le primizie sono sante, lo sarà anche tutta la pasta; se è santa la radice, lo saranno anche i rami.
1Cor 1,2.6-8; 6,11
[2] alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro:
[6] La testimonianza di Cristo si è infatti stabilita tra voi così saldamente,
[7] che nessun dono di grazia più vi manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo.
[8] Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo:
[9] fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!
[11] E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!
Eb 13,12
[12] Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città.
1Pt 1,16
[15] ma ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta;
[16] poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo.
LA COMUNITÀ LUOGO DEL PERDONO
Consapevoli della nostra fragilità, ci impegniamo a donarci continuamente il perdono reciproco,
Mt 18,21-22
[19] In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà.
[20] Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.
[21] Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”.
[22] E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
La comunione si poggia sulla capacità di perdonare, di accordare e domandare il perdono. È attraverso il perdono che la circolarità della comunione non è interrotta e la Comunità può esistere e generare a vita nuova ciascuno di noi.
Lc 23,42-43
[42] E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.
[43] Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.
Il perdono non è solo riconciliazione per un torto subito, ma è pazienza e attiva tolleranza dinanzi ai limiti, piccole fissazioni e manie che nel tempo manifestiamo e accentuiamo, accettazione della piccolezza e debolezza dell’altro, della sua incapacità a rispondere alle nostre aspettative o a reggere, nel tempo, alle speranze che egli stesso aveva suscitato in noi.
Solo l’amore di misericordia pone gli uni verso gli altri in atteggiamento di RISPETTO PROFONDO, di ascolto puro e di contemplazione del mistero della persona, superando ogni esigenza idealistica dell’altro per saper cogliere la bellezza all’interno e al di là delle sue ferite.
Lc 7,36-50
[36] Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola.
[37] Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato;
[38] e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
[39] A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”.
[40] Gesù allora gli disse: “Simone, ho una cosa da dirti”. Ed egli: “Maestro, dì pure”.
[41] “Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta.
[42] Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?”.
[43] Simone rispose: “Suppongo quello a cui ha condonato di più”. Gli disse Gesù: “Hai giudicato bene”.
[44] E volgendosi verso la donna, disse a Simone: “Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.
[45] Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi.
[46] Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi.
[47] Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”.
[48] Poi disse a lei: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”.
[49] Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: “Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?”.
[50] Ma egli disse alla donna: “La tua fede ti ha salvata; và in pace!”.
Il perdono permette di vedere L’ALTRO NUOVO, crede nella possibilità di rinnovarsi dell’altro,spera nella sua risurrezione.
Gv 8,10-11
[10] Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”.
[11] Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più”.
Il perdono permette di ritrovare la speranza dell’originaria immacolatezza,
Ef 1,4
[3] Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo.
[4] In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità,
rivelando all’altro la sua preziosità e le sue potenzialità, dandogli la forza di compiere il passo che Dio chiede nel momento presente, senza paralizzarsi sotto il peso di ciò che non è.
Il perdono permette al fratello di MANIFESTARSI per ciò che è, con naturalezza e spontaneità. L’amore non giudica, ma fa germogliare i doni nascosti,
Col 3,12-13
[12] Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza;
[13] sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi.
fa scaturire la speranza e la fiducia, trasforma la separazione in alleanza.
1Pt 3,8-9
“E finalmente siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi e umili; non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma al contrario, rispondete benedicendo, poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione.”
L’esperienza del perdono reciproco è esperienza “sacerdotale” della Comunità:
Es 19,6; 1Pt 1,9
“Sarete il mio regno di sacerdoti e nazione consacrata”.
Gc 5,16
“Confessate i peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti.”
Il perdono reciproco è il CUORE DELLA COMUNITÀ: in esso si costruisce, si ricrea nuova e giovane costantemente.
“In questa famiglia vivente appaiono, in ogni momento, dei malesseri, ma sono superati, lavati nel mare del suo amore,(Pr 10,12; 1Pt 4,8) dell’amore mutuo delle sue membra. Tutti peccano, ma tutti contribuiscono alla purificazione con la domanda di perdono, con il dono del loro perdono, con la preghiera comune e reciproca per essere perdonati. Lo STATO DI PECCATO NON PRENDE CONSISTENZA. Quelli che hanno peccato non possono restare nella indifferenza, sono spinti a chiedere perdono. La loro coscienza, stimolata dallo Spirito Santo, li conduce a questa domanda. Così, fin dalla sua apparizione, il peccato comincia a dissolversi con il pentimento. Esso è dissolto dalle onde continue di perdono, di preghiera, di amore che lo Spirito Santo mette in movimento.” D. STANILOAE, La preghiera di Gesù…, p. 65.
L’esperienza del perdono reciproco è vera celebrazione della comunione. Il fratello, che sceglie di “confessare” il suo peccato, di affidarlo al perdono dell’altro, infrange gli argini dell’orgoglio, toglie al peccato il potere di imprigionarlo nell’isolamento, nell’ipocrisia o nella falsità.
LA SANTITÀ COMUNITARIA CHIEDE UNA CONTINUA CONVERSIONE
In essa la singola persona,
nella più totale trasparenza e verità,
è aiutata ad essere santa. (1Ts 3,13; 5,23)
Ciascuno di noi, facendosi docile all’azione dello Spirito,
per essere fedele alla personale chiamata alla santità (1Ts 4,3)
e collaborare alla santità della Comunità, nella Chiesa, (Cf. LG 44; RMi 90)
si impegna ad una scelta sempre più pura di Dio:
una scelta che matura nella continua conversione,
nella solitudine della croce,
nella gratuità, nella libertà da gratificazioni,
nella LIBERTÀ DALLA PREOCCUPAZIONE INDIVIDUALISTICA
della propria perfezione, iprocità,
pur tendendo ad essa e trovando in essa gratuito compimento;
una scelta radicale di DIO PER DIO che va rinnovata sempre
e che Egli stesso sviluppa in noi;
una scelta che, proprio per la sua purezza,
è dimentica di sé e solo preoccupata
della SALVEZZA DEL MONDO,
della realizzazione del corpo mistico di Cristo;
una scelta che ha la FECONDITÀ DELLA CROCE
e genera ogni fratello che incontra,
genera la Comunità santa.
La Presenza di Colui che è tre volte Santo (Ap 4,8)
opera una santità comunitaria
che immerge nella COMUNE TENSIONE
all’edificazione dell’unico corpo santo, (1Cor 14,12.26)
il corpo glorioso del Cristo, il Cristo totale:
“E noi tutti, a viso scoperto,
riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore,
veniamo trasformati in quella medesima immagine,
di gloria in gloria,
secondo l’azione dello Spirito del Signore”.(2Cor 3,18)
La Comunità diventa così
“icona della gloria di Dio”,
“icona della Trinità Santissima”.
Desideriamo, con impegno radicale,
scegliere ogni giorno L’AUTENTICA CONVERSIONE interiore
che realizza le condizioni per la vera comunione,
che rende anche noi “sorgente d’acqua
che zampilla per la vita eterna”. Gv 4,14
TUTTA LA PERSONA con le sue doti, i suoi progetti,
le sue capacità operative deve affidarsi alla volontà di Dio,
al progetto di amore che Dio ha sugli uomini,
deve, cioè, amare ogni uomo e tutti gli uomini,
vedendo in tutti Gesù. Mt 25,40
Deve amare facendosi uno.
Deve amare il più piccolo dei fratelli
COME un altro se stesso, Mt 22,39
COME amerebbe Cristo stesso, Mt 25,40
COME Cristo ci ama, Gv 13,34-35; 1Gv 3,16
COME lo Spirito Santo ci ama, Gv 14,17.26; Rm 8,26
COME il Padre ci ama, Mt 5,48; 1Gv 4,11; Gv 17,26
COME il Padre e il Figlio si amano nello Spirito. Gv 17,20
L’amore trinitario è SERVIZIO,
sino all’estremo servizio sulla croce.
“Vi ho dato l’esempio,
perché COME ho fatto io facciate anche voi.” Gv 13,15
Ciascuno di noi
scelga di farsi servo dei fratelli, servo dell’uomo,
con prontezza, prevenienza, offerta libera di sé.
Davanti ad ogni necessità della Comunità,
risponda con le parole del profeta: “Eccomi, manda me”. Is 6,8
CARO BAMBÙ
“Caro bambù – il Signore rispose – ti devo tagliare”.
“Tagliare?? No! Signore. Vedi che sono il più bello dei tuoi alberi, e tu mi vuoi tagliare?”.
“Caro bambù, se non ti posso tagliare non ho bisogno di te”.
Dopo un lungo silenzio l’albero disse: “Se non ti posso servire senza essere tagliato, allora tagliami”.
Ma il Signore gli rispose con la stessa faccia seria: “Devo tagliare anche i tuoi rami e le tue foglie”.
“No, Signore! Sai bene che la mia unica bellezza sono i rami e le mie foglie”.
“Caro bambù, io ti devo ancora dividere in due parti e devo strappare il tuo cuore!”.
Dopo un lungo silenzio il bambù si declinò davanti al Signore e disse: “Tagliami e dividimi”.
Così il Signore del giardino tagliò il bambù, tirò via i rami, strappò le sue foglie, lo divise in due parti e gli strappò il cuore.
Poi lo prese e lo portò là dove acqua fresca da una sorgente sgorgava verso campi aridi. Là il Signore posò il suo bambù e collegò un capo del tronco tagliato con la sorgente e incanalò l’altro capo verso il campo.
La sorgente cantò un benvenuto e le chiare scintillanti acque si riversarono attraverso il corpo straziato del bambù verso il canale che correva sui campi inariditi che en avevano tanto bisogno.
Così quello che era un magnifico bambù, diventò una grande benedizione in tutta la sua fragilità e umiltà.
Quando era ancora grande e bello egli cresceva solo per se stesso e gioiva per la propria bellezza, invece per mezzo della sua distruzione diventò un canale che il Signore poteva usare per rendere il suo regno più fruttuoso.
Romani 12
Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.
[2] Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.
[3] Per la grazia che mi è stata concessa, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato.
[4] Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione,
[5] così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri.
[6] Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede;
[7] chi ha un ministero attenda al ministero; chi l’insegnamento, all’insegnamento;
[8] chi l’esortazione, all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia.
[9] La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene;
[10] amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda.
[11] Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore.
[12] Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera,
[13] solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità.
[14] Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite.
[15] Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto.
[16] Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi.
[17] Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini.
[18] Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti.
[19] Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore.
[20] Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo.
[21] Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male.
(TORNA A ‘FONDAMENTI BIBLICI E TEOLOGICI’)
Esercizi spirituali estivi 2010 a “Il Seguito di Gesù”
Relatore: Padre Giovanni Terzo della Comunità Missionaria di Villaregia
QUARTA MEDITAZIONE
LA SANTITÀ COMUNITARIA
PASSA ATTRAVERSO LA CONDIVISIONE DELLA VITA
Condivisione nella vita di Gesù: materiale, affettiva, spirituale.
Condivisione nella Chiesa primitiva: materiale, affettiva, spirituale.
Condivisione nelle nostre comunità: materiale, affettiva, spirituale
- CONDIVISIONE NELLA VITA DI GESÙ
Il Figlio di Dio, la Parola del Padre con l’incarnazione, in Gesù porta nella terra quello che vive in cielo nel seno della Trinità.
Gv 17
[3] Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.
[4] Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare.
e il mistero dell’incarnazione è tutto un mistero di condivisione .
Fil 2, 2ss
[5] Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
[6] il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;
[7] ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana,
[8] umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
[9] Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome;
[10] perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra;
[11] e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.
Una condivisione a doppio senso: di assunzione di sé della natura umana al punto da “compatire le nostre debolezze, essendo stato lui prima provato in ogni cosa (Eb 4,15) e di dono agli uomini della sua natura divina.
Prima sottolineatura: Condividere significa ricevere e dare.
Un dinamismo opposto a quello di Adamo che aveva tentato scioccamente di rapire le prerogative di Dio, strappandole a Dio stesso (cf Gn, 3,5.22) senza accorgersene che il creatore gli aveva già dato.
Al contrario, Gesù, il Verbo del Padre manifesta il pensiero della Trinità: “non considerò un tesoro geloso” il suo essere Dio “non ha considerato come una preda da conquistare l’essere uguale a Dio (Bibbia TOB) ma l’ha partecipato agli uomini.
Tutta la vita terrena del Figlio diventa la buona novella della condivisone di Dio con l’uomo.
Il “vieni e seguimi” (Ne costituì dodici perché stessero con Lui Mc 3,14) fatto ai discepoli è un invito alla condivisione, anche se il “il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20)
CONDIVISIONE MATERIALE
Condivisione immediata, addirittura fisica, fatta di parole e di sguardi, di cammini e di progetti fatti insieme, di gioie e di fatiche nel conoscersi, di gesti di squisita amicizia e sorprendente intimità, come quello di Giovanni che giunge a chinare il capo sul petto di Gesù (Cf Gv 13,25)
1Gv 1,1-3
1] Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita
[2] (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi),
[3] quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo.
CONDIVISIONE AFFETTIVA
La vicinanza fisica e condivisione materiale consente un altro tipo di condivisone quella affettiva.
Questo porta a una comunione di sentimenti, desideri, progetti, ideali.
Gesù stabilisce relazioni molto umane, calorose, comunicanti affetto e tenerezza, colme di interesse e preoccupazione per l’altro, segnate da una sensibilità che Gesù non si vergogna di mostrare, e che manifestano l’amore del Padre.
Cristo riceveva amore da altre persone, la madre, Giovanni, Marta e Maria, Lazzaro, gli apostoli, le donne che si occupavano del gruppo al seguito di Gesù.
Gesù vive la libertà di ricevere e dare affetto. Libero di divenire amico degli uomini.
L’amicizia con Cristo e di Cristo.
Gesù trasmette ai suoi non solo un incarico ma la passione sua per il Regno, il suo affetto per il Padre e l’amore del Padre per Lui, per Gerusalemme, per le pecore perdute, per i piccoli, per i poveri, le vedove per la folla che lo segue.
Paolo dice ai Filippesi:
Fil 2, 5
[5] Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
Gv 6
[67] Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”.
[68] Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna;
[69] noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.
Condividione affettiva, voler bene al Signore è arricchirsi dei suoi affetti, nutrirsi delle sue parole, condividere le sue ragioni di vita, voler bene con il suo cuore.
CONDIVISIONE SPIRITUALE
Gesù entra nel cuore di chi lo ascolta per deporre i suoi personali segreti: la conoscenza che il Figlio ha del Padre e dei misteri del Regno.
Gv15,15
[15] Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi.
Gesù fa conoscere il nome
Gv 17, 6 ss
[6] Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola.
[7] Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te,
Gesù fa conoscere le parole
[8] perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato
Gesù dona la gioia
[13] Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia.
Gesù fa conoscere la missione
[18] Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo;
Gesù dona la gloria
[22] E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola.
Gesù dona l’unità
[22b] perché siano come noi una cosa sola.
[23] Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato
Gesù dona l’amore
[26] E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”.
La condivisione spirituale è la partecipazione ai misteri della vita di Gesù e conduce alla condivisione esistenziale.
La sua condivisione ha luogo nella comunità e con tutta la comunità: è il gruppo della comunità apostolica che possiedono in comune la dottrina ricevuta e insegnata, nessuno potrà dirsene unico depositario e considerarsi autonomo interprete, ma ognuno avrà bisogno dell’apporto dell’altro.
La condivisione spirituale di Cristo crea una nuova parentela, una nuova famiglia, la nuova comunità:
Mc 3, 34-35
[31] Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare.
[32] Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”.
[33] Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”.
[34] Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli!
[35] Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”.
- CONDIVISIONE NELLA CHIESA PRIMITIVA
Essa si esprime nella condivisione dei beni materiali e spirituali. I primi cristiani dimostravano, per mezzo della condivisione dei beni, l’autenticità della loro comunione interpersonale.
At 2, 41-48
[41] Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone.
[42] Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere.
[43] Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.
[44] Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune;
[45] chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
[46] Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore,
[47] lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo.
[48] Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
At 4, 32-35
[32] La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune.
[33] Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi
godevano di grande simpatia.
[34] Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto
[35] e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.
1Cor 14,12
[12] Quindi anche voi, poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di averne in abbondanza, per l’edificazione della comunità.
La condivisione affettiva di una comunità riunita nel nome di Cristo non viene dalla carne, né da volontà o sentimento di uomo, ma conosce molto bene da un lato i principi del dialogo e della ricerca comune della verita, dall’altro la legge della croce e della quotidiana riconciliazione nel sangue di Cristo. Paolo ammonisce di avere i medesimi sentimenti gli uni, gli altri. (Rm 12,16; cf 2Cor 13,11)
Condivisione medesima verità
[42] Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli
Condivisione della preghiera, soprattutto di lode e di ringraziamento.
At 1, 14 “Tutti perseveravano concordi nella preghiera”. Una concordia non esteriore e rituale, ma che viene da dentro.
Ef 5, 18-20
[18] E non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate ricolmi dello Spirito,
[19] intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore,
[20] rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.
- CONDIVISIONE NELLA VITA DELLA COMUNITÀ
Tre significati
Condivisione vuol dire: capacità e la libertà di donarsi all’altro nella verità e nella ricchezza di quel che si è e si ha, con la certezza di potersi realizzare nella propria identità solo grazie all’apporto e alla presenza dell’altro.
Dono di sé all’altro e apertura all’altro.
Dal mistero dell’incarnazione vediamo che la condivisione significa il dono totale di sé e della propria ricchezza è accompagnato dalla disponibilità a caricarsi sulle spalle il peso dell’altro e della sua debolezza.
La condivisione implica il dono della vita fra persone che si riconoscono in una stessa identità,donata da Dio Trinità.
CONDIVISIONE MATERIALE
L’abitazione sobria e dignitosa: condivisione dei beni, l’uso comunitario dei beni stessi e degli strumenti di lavoro e di apostolato, la libertà di dipendere nella gestione dei beni dalla comunità e da un fratello maggiore, la letizia e serenità di chi non si affanna per quel che mangerà o vestirà, la disponibilità a condividere con i poveri, con tutti la comune legge del lavoro, con ogni fratello i servizi della casa (pulire i locali, lavare i piatti, preparare il cibo ecc)
Esprimere il senso dell’ospitalità, dell’accoglienza.
“Chi crede che il suo tempo sia troppo prezioso per essere perso per ascoltare il prossimo, non avrà mai tempo veramente per Dio e per il fratello, ma sempre e solo per sé stesso, per le sue proprie parole e per i suoi progetti” (D. Bonhoeffer, La vita comune, pp. 124-1225)
La nostra accoglienza sia generosa,
cordiale, semplice ed insieme discreta e prudente;
si faccia OSPITALITÀ come risposta d’amore al Signore
presente in ogni fratello. Mt 18,5; 25,35-36
“Non dimenticate l’ospitalità;
alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo.” Eb 13,2
Nel più piccolo dei fratelli che ci visita è il SIGNORE CHE CI VISITA,
che ci chiede ascolto, che attende una parola.
Nell’accoglienza fraterna
DIO RIVELA la sua costante NOVITÀ nella diversità del fratello.
Tra chi accoglie e chi è accolto
nasce uno scambio di vita e di doni
dove Dio elargisce la sua benedizione. Gen 18,1-15; 1Re 17,9-24
Ospitalità significa CREARE UNO SPAZIO
dove lo sconosciuto possa entrare e diventare “amico”. Gv 15,15
Ospitalità non significa cambiare le persone,
ma offrire lo spazio dove possa avvenire
il mutamento, l’”incontro”. Gv 4,1-42
Significa creare lo spazio ove Dio possa incontrare quell’uomo;
creare l’ascolto in cui l’altro si scopra libero,
non giudicato, ma amato, così come è,
dall’amore preveniente di Dio.
Non significa imporre il proprio modo di vivere,
ma offrire la propria esperienza, come opportunità
in cui l’altro, illuminato dalla comunione,
possa trovare il proprio stile di vita. Lc 19,5
I pasti.
“La compiacenza con la quale Cristo ha preso i pasti con i discepoli ci aiuita a scprire la sua presenza in ogni refezione della comunità riunita attorno a lui: è la gioia dela risurrezione che viene ad animare i commensali” (J. Galot, Vivere, p. 52)
“Ogni pasto dovrebbe essere un’agape in cui il nostro amore fraterno si realizza nella gioia e nella semplicità di spirito” (La regola di Taizè, 25)
Darsi un tempo stare insieme. La gioia dello stare insieme.
Salmo 133
[1] Canto delle ascensioni. Di Davide.
Ecco quanto è buono e quanto è soave
che i fratelli vivano insieme!
[2] È come olio profumato sul capo,
che scende sulla barba,
sulla barba di Aronne,
che scende sull’orlo della sua veste.
[3] È come rugiada dell’Ermon,
che scende sui monti di Sion.
Là il Signore dona la benedizione
e la vita per sempre.
Vita fraterna in comunità, 1994
- Non bisogna dimenticare infine che la pace e il gusto di stare insieme restano uno dei segni del Regno di Dio. La gioia di vivere pur in mezzo alle difficoltà del cammino umano e spirituale e alle noie quotidiane, fa parte già del Regno. Questa gioia è frutto dello Spirito e abbraccia la semplicità dell’esistenza e il tessuto monotono del quotidiano. Una fraternità senza gioia è una fraternità che si spegne. Ben presto i membri saranno tentati di cercare altrove ciò che non possono trovare a casa loro. Una fraternità ricca di gioia è un vero dono dell’Alto ai fratelli che sanno chiederlo e che sanno accettarsi impegnandosi nella vita fraterna con fiducia nell’azione dello Spirito. Si realizzano così le parole del Salmo: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme… Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre” (Sl 133, 1-3), “perché quando vivono insieme fraternamente, si riuniscono nell’assemblea della Chiesa, si sentono concordi nella carità e in un solo volere”(42).
Tale testimonianza di gioia costituisce una grandissima attrazione verso la vita religiosa, una fonte di nuove vocazioni e un sostegno alla perseveranza. E’ molto importante coltivare questa gioia nella comunità religiosa: il superlavoro la può spegnere, lo zelo eccessivo per alcune cause la può far dimenticare, il continuo interrogarsi sulla propria identità e sul proprio futuro la può annebbiare.
Ma il saper fare festa insieme, il concedersi momenti di distensione personali e comunitari, il prendere le distanze di quando in quando dal proprio lavoro, il gioire delle gioie del fratello, l’attenzione premurosa alle necessità dei fratelli e sorelle, l’impegno fiducioso nel lavoro apostolico, l’affrontare con misericordia le situazioni, l’andare incontro al domani con la speranza d’incontrare sempre e comunque il Signore: tutto ciò alimenta la serenità, la pace, la gioia. E diventa forza nell’azione apostolica.
La gioia è una splendida testimonianza dell’evangelicità di una comunità religiosa, punto di arrivo di un cammino non privo di tribolazione, ma possibile perchè sorretto dalla preghiera: “Lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera” (Rom 12,12).
CONDIVISIONE AFFETTIVA
Forse a questo livello è importante uno sblocco personale. A. Cencini dice che “finchè l’individuo non libera i propri sentimenti, non vi potrà essere alcun coinvolgimento, né con cristo né con il fratello”. (Com’è bello stare insieme. Paoline, 1996)
Scoperta dell’altro e dell’altra come fratello di comunità.
Il Signore ci ha dato la identità carsimatica. Il Signore ci ha toccato il cuore nella stessa verità, ci ha dato la stessa luce, la stessa identità ideale, che riesce ad integrare fratelli di nazionalità, lingua, età, esperienza di vita, abitudini, cultura, opinioni, sensibilità diverse.
La stima
Fare dono all’altro di un giudizio positivo, così come Dio lo guarda.
Rm 12,10
[9] La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene;
[10] amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda.
Fil. 2,3
[3] Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso.
La via discendente
Per condividere occorre percorrere la via discendente, la kenosi del Figlio, tanto più se si vuole entrare in comunione con i sentimenti dell’altro.
Imparare a praticare la via discendente è l’unico modo per edificare la comunità.
Via discendente significa debolezza, vulnerabilità, coscienza di aver bisogno dell’altro, consapevolezza dei propri limiti e dei propri torti, abbandono dei meccanismi di difesa di fronte all’altro, disponibilità a servire, a lavare i piedi, ma anche a lasciarseli lavare.
Dobbiamo riconoscere che nel nostro cuore alberga tanta aggressività e così nelle nostre convivenze. Aggressività nascosta e forse inconscia che spesso viene a galla.
Dice J. Vanier (Lettera della tenerezza di Dio, Bologna 1995) “È la scoperta del lupo che c’è in ognuno di noi” un lupo che abbiamo messo alle porte della nostra vulnerabilità, delle nostre ferite, e che sovente impedisce anche a noi l’accesso ad esse; per cui desideriamo la relazione con l’altro e al tempo stesso la fuggiamo, cerchiamo l’amore come la cosa più preziosa al mondo e assieme la temiamo, abbiamo sete, ma anche paura dell’amicizai, ci colpevolizziamo perché nessuno-pensiamo-ci ama e contemporaneamente ci sentiamo incapaci di amare.
Eppure ci vorrebbe cosi poco per eliminare lo scandalo di questa violenza: basterebbe comprendere la via discendente che ci conduce al centrodel cuore e ci fa capire come tante paure siano irreali e inutili molte difese, come sia dannoso e stupido porre il lupo a guardia delle ferite nostre, e poi scendere ancora finoa entrare nel cuore del fratello per scoprire, forse con sorpresa, che in fondo non siamo così diversi perché lo stesso amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori (Rm 5,5)
CONDIVISIONE SPIRITUALE
Condivisione della preghiera e nella preghiera
Avviene quando ognuno nella sua orazione porta l’altro dinanzi a Dio e si lascia da lui portare dinanzi al Padre comune.
- Rahner.
“Noi non dobbiamo pregare solo per la concordia e cercare di portare nella preghiera un cuore amante della pace e dell’unità dei sentimenti nella pazienza: dobbiamo portare nella preghiera anche i nostri simili e pregando realizzare finalmente questa unità. Spesso non siamo concordi perché siamo così lontani per la diversità della nostra realtà personale. Come possiamo diventare una cosa sola? Solo in Dio che ci ha creato e ci sostiene tutti così come siamo; solo in Dio che è il fine unico di tutte le cose, pur così diverse, e di tutti gli uomini; solo in Dio, in cui tutti viviamo, ci muoviamo e siamo; solo in Lui ci può essere questa unità. E noi siamo in Dio solo se preghiamo.
Non potremmo cercare una volta tanto di portare con noi a Dio l’altro che ci dà tanto ai nervi, con cui ci sono rapporti così tormentati in ogni cosa che egli ha ed è, che sembra essere così ingiusto verso di noi, così poco comprensivo, forse poco cordiale e affettuoso?
Non potremmo dire una volta tanto Dio: vedi questo è l’altro che tu hai creato, che tu hai per lo meno lasciato, anche se non voluto, così com’è; vedi Dio mio: se tu lo sostieni voglio sostenerlo e sopportarlo anch’io, come tu sostieni e sopporti me. Chi sa che così il nostro essere non diventi più libero, più sereno, più paziente?…
E per converso se sapessimo che c’è uno che prega per noi nella verità, se sapessimo che egli non lo dice così per dire, non lo dice tanto per usare un gergo cristiano, in cui ci si raccomanda a vicenda nella preghiera e ufficialmente la si accetta; se sapessimo veramente che l’altro entra con tutto il suo essere alla presenza della maestà santissima dell’eterno Dio e osa parlare con questo Dio, osa invocarlo e dirgli con tutta la forza del suo cuore, con l’audacia che si può avere solo in Cristo Gesù: ‘Mio Dio, mio Signore, mio redentore, mia misericordia, mia eternità, mio amore’, e non solo osa dire questo, ma realmente poi in una preghiera del genere mi prende con sé e mi raccomanda a Dio, non sarebbe qualcosa di straordinario e di ineffabile?…
Potrei nutrire ancora un rancore verso l’altro, quando questi, là dove avviene la sua esperienza più santa, ha pronunciato la sua parola d’amore a Dio anche per me nella pazienza e nell’amore?…
Penso perciò che è molto importante essere unanimi e concordi, di un solo sentimento nella preghiera. Solo quando lo diventeremo sempre più, saremo anche degni del regno eterno di Dio perché questo regno è il regno degli uomini eternamente diversi, che nell’amore dell’unico Dio sono una cosa sola per l’eternità. (K. Rahner: Se tu lo sostieni voglio sostenerlo anch’io,-1Pt 3,8-15- Prediche bibliche, Roma 1967 pp. 253-255 )
1Pt 3,8-17
8] E finalmente siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili;
[9] non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione.
[10] Infatti:
Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici,
trattenga la sua lingua dal male
e le sue labbra da parole d’inganno;
[11] eviti il male e faccia il bene,
cerchi la pace e la segua,
[12] perché gli occhi del Signore sono sopra i giusti
e le sue orecchie sono attente alle loro preghiere;
ma il volto del Signore è contro coloro che fanno il male.
[13] E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene?
[14] E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate,
[15] ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto,
[16] con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.
[17] È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male.
C’è una bellissima icona evangelica che dice questo spirito di condivisione fraterna nella preghiera o questo saperci portare a vicenda davanti a Dio: è l’immagine del paralitico portato su una lettiga da alcuni suoi amici che ricorrono allo stratagemma di salire in cima alla casa e calare davanti al Signore il malato attraverso un foro praticato nel tetto. Di quest’uomo non sappiamo neppure se fosse credente. Luca ripete due volte in poche righe che quelli che lo portavano cecavano in tutti modi di metterlo “davanti a Gesù” e specifica che il Signore “vista la loro fede” gli rimise i peccati e poi lo guarì. Potenza dell’intercessione fraterna.
Lc 5, 18 ss
[18] Ed ecco alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, cercavano di farlo passare e metterlo davanti a lui.
[19] Non trovando da qual parte introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza. [20] Veduta la loro fede, disse: “Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi”.
[21] Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere dicendo: “Chi è costui che pronuncia bestemmie? Chi può rimettere i peccati, se non Dio soltanto?”.
[22] Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: “Che cosa andate ragionando nei vostri cuori?
[23] Che cosa è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina?
[24] Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti dico – esclamò rivolto al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua”.
[25] Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e si avviò verso casa glorificando Dio.
[26] Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose”.
Condivisione dell’eucaristia.
Tutto dell’eucaristia è condivisione: della Parola di Dio, del corpo e sangue di Gesù, della volontà di salvezza e della conseguente disponibilità sacrificale di questo corpo spezzato e sangue versato. L’eucaristia fa la Chiesa, fa la comunità. È il desiderio grande di Gesù: fare pasqua con la comunità. Trasformare i fratelli in un corpo. La santità comunitaria trova forza ed energia: è esattamente la condivisione personale con il Signore che compie e chiede il massimo della condivisione interpersonale con i fratelli.
Lc 22,15
[14] Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui,
[15] e disse: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione,
[16] poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”.
[17] E preso un calice, rese grazie e disse: “Prendetelo e distribuitelo tra voi,
[18] poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio”.
[19] Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”.
[20] Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi”.
Cuore riconciliato
C’è una condizione perché l’eucaristia sia davvero condivisione fraterna: il cuore riconciliato.
Mt 5, 22-24
[23] Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te,
[24] lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.
quelli che prendono parte all’eucaristia devono assicurarsi che nel loro cuore non vi sia la minima ostilità né il minimo rancore contro nessuno e che tutti i torti che si sono potuti subire non impediranno la loror volontà di vivere in armonia con ciascuno dei loro fratelli.
Condivisione dei beni dello Spirito
La vita di comunità raggiunge il suo pieno sviluppo quando attua una comunione di pensiero e di disposizioni spirituali, quando persevera “nella comunione dello stesso spirito” (PC 15). La comunione nasce dalla condivisione dei beni dello spirito (VC 42).
La comunità è il luogo naturale e ideale dove i carismi divengono comprensibili e chiari: si cercano, si rincorrono, si illuminano a vicenda.
Le relazioni trinitarie e la grande ispiratrice della comunicazione dei carismi e di ogni comunità, come il maestro di questa grande orchestra ove tutti gli strumenti e le voci narrano Dio.
1Cor 12, 1 ss
[1] Riguardo ai doni dello Spirito, fratelli, non voglio che restiate nell’ignoranza.
[2] Voi sapete infatti che, quando eravate pagani, vi lasciavate trascinare verso gli idoli muti secondo l’impulso del momento.
[3] Ebbene, io vi dichiaro: come nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire “Gesù è anàtema”, così nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo.
[4] Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito;
[5] vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore;
[6] vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.
[7] E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune:
[8] a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza;
[9] a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito;
[10] a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue.
[11] Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole.
[12] Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo.
[13] E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito.
“Se non vogliamo essere trasgressori della sua legge, e giudicati anime che disprezzano incuranti la salvezza dei fratelli, quanti hanno ricevuto grazie dal cielo, con ogni impegno si studino di riversare sugli altri quei doni divini che furono loro comunicati, specie i doni che possono aiutarli nella via della perfezione.” (S. Lorenzo Giustiniani).
“Poiché nessuno basta a ricevere tutti i carismi spirituali, ma anzi l’elargizione dello Spirito Santo avviene nella misura della fede che è in ciascuno, nella vita comunitaria il carisma proprio di ciascuno diviene comune a tutti quelli che vivono con lui. A uno solo è data una parola di sapienza; a un altro una parola di scienza; a un altro il dono di guarire e di tutto ciascuno riceve più per gli altri che per se stesso. Avviene dunque necessariamente che nella vita comunitaria l’energia dello Spirito che è in uno passi insieme a tutti (…). Nella convivenza con molti, si usufruisce del proprio dono, lo si moltiplica col farne parte e si gode dei doni altrui come del proprio.” (S. Basilio il Grande, «Regole ampie, interrogazione 7», in Opere ascetiche di Basilio di Cesarea, a cura di U. Neri, Ed. Torinese, Torino 1980, p. 243.)
Ci sia di ESEMPIO l’amicizia dei Santi:
“Questo l’inizio della nostra amicizia;
di qui l’incentivo al nostro stretto rapporto;
così ci sentimmo presi da mutuo affetto.
Quando, con il passare del tempo,
ci manifestammo vicendevolmente le nostre intenzioni e
capimmo che l’amore della Sapienza
era ciò che ambedue cercavamo,
allora diventammo tutti e due l’uno per l’altro:
compagni, commensali, fratelli.
Aspiravamo a un medesimo bene e
coltivavamo ogni giorno più fervidamente e intimamente
il nostro comune ideale.
Ci guidava la stessa ansia di sapere,
cosa fra tutte eccitatrice d’invidia;
eppure fra noi nessuna invidia, si apprezzava invece l’emulazione.
Questa era la nostra gara:
non chi fosse il primo, ma chi permettesse all’altro di esserlo.
Sembrava che avessimo un’unica anima in due corpi.
Se non si deve assolutamente prestar fede
a coloro che affermano che tutto è in tutti,
a noi si deve credere senza esitazione,
perché realmente l’uno era nell’altro e con l’altro.
L’occupazione e la brama unica per ambedue era la virtù (…)
indirizzavamo la nostra vita e la nostra condotta
sulla via dei comandamenti divini e
ci animavamo a vicenda all’amore della virtù.
E non ci si addebiti a presunzione se dico che eravamo l’uno all’altro
norma e regola per distinguere il bene dal male”.
- Gregorio Nazianzeno, Discorso 43, 15-17.19-21 (PG 36, 514.523).
ma avrà la luce della vita.”
(TORNA A ‘FONDAMENTI BIBLICI E TEOLOGICI’)
Esercizi spirituali estivi 2010 a “Il Seguito di Gesù”
Relatore: Padre Giovanni Terzo della Comunità Missionaria di Villaregia
QUINTA MEDITAZIONE
SANTITÀ COMUNITARIA, EVANGELIZZAZIONE E MISSIONE:
apertura all’uomo, a tutto l’uomo, a tutti gli uomini.
Spiritualità di comunione (NMI).
Attenzione al mistero dell’uomo.
L’uomo come prima strada dell’evangelizzazione e della missione.
Il povero come presenza di Cristo.
Luca 10
Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
[2] Diceva loro: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe.
[3] Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi;
[4] non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada.
[5] In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa.
[6] Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi.
[7] Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa.
[8] Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi,
[9] curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.
[10] Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite:
[11] Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino.
[12] Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città.
[13] Guai a te, Corazin, guai a te, Betsàida! Perché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti tra voi, già da tempo si sarebbero convertiti vestendo il sacco e coprendosi di cenere.
[14] Perciò nel giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi.
[15] E tu, Cafarnao,
sarai innalzata fino al cielo?
Fino agli inferi sarai precipitata!
[16] Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato”.
[17] I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”.
[18] Egli disse: “Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore.
[19] Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare.
[20] Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli”.
[21] In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto.
[22] Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.
[23] E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete.
[24] Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono”.
[25] Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”.
[26] Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”.
[27] Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”.
[28] E Gesù: “Hai risposto bene; fà questo e vivrai”.
[29] Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”.
[30] Gesù riprese:
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.
[31] Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte.
[32] Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre.
[33] Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.
[34] Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.
[35] Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.
[36] Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”.
[37] Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Và e anche tu fà lo stesso”.
SPIRITUALITÀ DI COMUNIONE
“Prima di programmare iniziative concrete
occorre promuovere una spiritualità della comunione,
facendola emergere come principio educativo
in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano,
dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati,
gli operatori pastorali,
dove si costruiscono le famiglie e le comunità.
Spiritualità della comunione
significa innanzitutto sguardo del cuore
portato sul mistero della Trinità che abita in noi,
e la cui luce va colta anche sul volto
dei fratelli che ci stanno accanto.
Spiritualità della comunione significa inoltre
capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda
del corpo mistico, dunque, come ‘uno che m’appartiene’,
per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze,
per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni,
per offrirgli una vera e profonda amicizia.
Capacità di sentire il fratello, la persona che ho a fianco, la persona con cui abito, quella con cui lavoro nella comunità, visto che questo vogliamo rendere visibile, di sentire il fratello nell’unità profonda del corpo mistico, cioè, noi ci sentiamo qua cellule di un solo corpo, siamo un corpo solo, un cuore solo. Tu fai parte di questo corpo e quindi fai parte del mio corpo, come uno che mi appartiene. Tu sei mio.
Per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze. Possiamo condividere, per saper intuire i suoi desideri. Pensate quanto poco noi esercitiamo l’intuizione.
Intuire che cosa fa piacere all’altro. Intuire lo sposo con la sposa, intuire il fratello con la sorella, l’amico con l’amica, il fidanzato con la fidanzata. L’intuizione è una cosa che non è di moda. Intuire senza aspettare che l’altro lo chieda, senza aspettare che l’altro lo dica. Intuire, che non è indovinare, è intuire, c’è un sesto senso. Le donne dovrebbero essere specialiste, ma direi che l’amante è specialista di questo. Intuire il desiderio, il gusto, la gioia, che cosa fa piacere all’altro. Non che l’altro mi imponga quello che vuole, ma io intuisco cosa vuole e lo precedo. O vi immaginate fratelli e sorelle di comunità, intuire che cosa fa piacere al fratello di comunità, che gara si stabilisce tra noi?
Intuire i suoi desideri: dentro le coppie intuire il desiderio dell’altro, il gusto dell’altro, la gioia dell’altro. Prendersi cura dei suoi bisogni. Prendersi cura è il verbo che si addice alle mamme che si prendono cura del neonato, del bambino, del piccolo che portano in grembo… del piccolo che hanno dato alla luce si prendono cura. Da come piange capiscono se ha sete, se ha fame, se ha sonno, se ha caldo, se ha freddo… Da come strilla… e offrirgli l’amore.
Spiritualità della comunione è pure capacità
di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro,
per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio:
un ‘dono per me’, oltre che per il fratello
che lo ha direttamente ricevuto.
- Capacità del primo passo, capacità di fare il primo passo. Il fratello che ho vicino rimarrà sempre lontano, non diverrà mai prossimo, non mi apparterà mai, non diventerà mai mio, se io non mi avvicino. L’altro rimarrà sempre lontano, estraneo, altro da me, non diventerà parte di me, non mi apparterrà come parte del mio corpo che curo. Anche l’unghietta del mignolo del piede, se ho un calletto mi fa male e non so camminare, prendo cura del mignolo del mio piede sinistro. L’altro rimarrà sempre estraneo, è il mignolo dell’altro, non mi fa male il mio. No, è il mio mignolo, mi fa male! Mi prendo cura del mio mignolo.
L’altro non diventerà mai mio fratello, mio prossimo se io non mi approssimo, se io non mi avvicino, se io non gli vado incontro, se io non esco da me, dappertutto, anche tra noi in Comunità. Non aspettare che l’altro si avvicini, tu avvicinati, tu fatti prossimo, perché l’altro ti possa appartenere, possa essere parte di te.
- Sviluppare la capacità di accogliere. Non abbiamo tempo di farlo dire al Libro di Vita, lo rileggerete con calma, con attenzione, cercando di capire passaggio per passaggio. Io ho solo estrapolato tre erbe buone da coltivare, tre fiori da coltivare, e poi prendere tre zizzanie da estirpare.
Capacità di accogliere l’altro così come egli è, senza volerlo diverso. Capacità di fargli spazio dentro di me, così come l’altro è. Noi siamo bravissimi a tagliare i panni addosso alla gente, pensando di conoscere bene, di definirla in tutti i suoi difetti… Invece, vogliamo sviluppare questa capacità di prendere l’altro così come è, come tu prendi i tuoi figli, come tu abbracci il tuo bambino, come tu stringi a te il tuo sposo, così come è. Cambierà solo dopo che tu l’hai abbracciato, non prima. Ricorda, è il tuo abbraccio che dà all’altro la forza di cambiare.
Sviluppare la capacità di accogliere che vuol dire imparare ad ascoltare, che vuol dire imparare a prestare attenzione, che vuol dire imparare a perdonare la diversità…
- Capacità di condividere. Dopo che ho fatto il primo passo, dopo che ho accolto l’altro, ecco la capacità di farci uno. Io do a te e tu dai a me, io do a te ciò che sono, tu dai a me ciò che tu sei. La capacità di condividere, gioie, dolori, esperienze, preoccupazioni… Non restare soli.
Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro. Noi vediamo subito ciò che di negativo c’è nell’altro. Invece la capacità di accogliere l’altro, vuol dire vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio, un dono per me.
Spiritualità della comunione è infine
saper ‘fare spazio’ al fratello,
portando ‘i pesi gli uni degli altri’ Gal 6,2
e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano
e generano competizioni, carrierismo, diffidenza, gelosie.” NMI 43
Spiritualità della comunione è saper far spazio al fratello, portando i pesi gli uni degli altri, respingendo le tentazioni egoistiche. Se dobbiamo coltivare dell’erba buona, chi è un bravo coltivatore sa che la zizzania tenta sempre di soffocare l’erba buona, io devo coltivare l’erba buona e estirpare le erbacce.
Qui ora vengono delle erbacce da estirpare: respingendo le tentazioni egoistiche, che continuamente ci insidiano e generano competizioni, carrierismo, diffidenza e gelosie. Queste sono malattie, patologie della comunione e sono anche cose che ci dividono, e tutto ciò che ci divide, chiude, è peccato contro Dio, contro lo Spirito Santo che invece unisce.
Se vogliamo sintetizzare le erbe da estirpare:
- Estirpare prima di tutto l’erbaccia della paura: la paura di fallire, la paura di sbagliare, la paura di non essere capace. Questa è un’erbaccia che impedisce il fiorire della comunione. La paura di non essere adeguato, all’altezza, questa paura ci impedisce di uscire da noi stessi e di fare il primo passo verso l’altro. Perché questa paura è in fondo un mettere al centro me stesso. Togliere questa erbaccia vuol dire legare l’io, che invece vuole diventare un Dio nella nostra vita. Io al centro, ho paura di sbagliare perché? Fai brutta figura. Pensavi fosse virtù quella tua paura di sbagliare? E’ solo paura di fare brutta figura, è solo mettere te al centro, non l’altro al centro, non Dio al centro.
Estirpare la paura di sbagliare, la paura di fare brutta figura, la paura di fallire. Se amiamo non sbagliamo mai, o meglio, possiamo sbagliare, ma abbiamo sempre indovinato. Abbiamo fatto l’unica cosa che resta: amato. Mi spiego. Io posso rompere un piatto, ma stavo servendo. Che cosa resta? Il servizio.
Ho bruciato la frittata, ma stavo preparando il pranzo, ho messo tutte le mie forze. Cosa resta? L’amore. Quello che resta non è lo sbaglio, ma l’amore. Liberarci dalla paura di fallire, perché Dio vede il cuore, perché la paura di sbagliare è la paura del giudizio degli altri, è la paura di essere giudicati non belli, non buoni, non capaci. Ma noi non abbiamo la paura del giudizio, perché Dio vede il cuore, quindi via la paura del fallimento.
- L’altra erbaccia da togliere, è la sfiducia, la diffidenza, la paura dell’altro. Prima è la paura di me stesso e in fondo mi metto al centro del mondo io, poi c’è la paura dell’altro e non credere che l’altro è buono, che l’altro vuole amare come me, che l’altro ha scelto lo stesso impegno mio. Insieme stiamo scegliendo questo impegno. Togliere l’erbaccia della sfiducia.
- La terza erbaccia da togliere, dopo aver tolto la diffidenza verso l’altro e quindi andargli incontro per scoprire la sua bellezza, per valorizzarlo, per vedere prima il positivo. L’altra paura, l’altra erbaccia da togliere è la nostra mania di fare confronti. Togliere ogni comparativo: io così e l’altro cosà. Io faccio così e l’altro fa cosà… L’altro è vestito bene e io male, l’altro ha di più e io di meno, l’altro è ricco e io povero, io sono santa e lui è cattivo. Togliere i confronti. Estirpare questa erbaccia che ci fa vivere confrontandoci con gli altri, comparandoci con gli altri. L’altro io lo devo incontrare e accogliere, non devo fare un braccio di ferro, non dobbiamo fare una gara a chi è migliore. Ma io devo dare la vita perché l’altro sia migliore e l‘altro fa lo stesso con me, e il dono dell’altro è per me e il mio dono è per l’altro. Dobbiamo smetterla di giudicarci, di confrontarci. Il dono toglie di mezzo le invidie, le gelosie, le competizioni.
Sentendoci chiamati da Dio
ad essere segno e annuncio di unità e di relazione,
viviamo con questa tensione la nostra vita in missione,
facendo della vita trinitaria
il primo annuncio che porteremo alle Genti. Gv 13,35
ATTENZIONE AL MISTERO DELL’UOMO
Desideriamo prestare particolare attenzione
al mistero del cuore umano e alla rivelazione dell’amore
del Padre e del Figlio nello Spirito Santo,
per esprimere e costruire l’unità e la relazione trinitaria
con linguaggio e modalità adeguati
al momento e al contesto socio-culturale e religioso
in cui veniamo a trovarci,
e per saper comunicare ai fratelli questa esperienza
che, prima di tutto, ci impegniamo a vivere.
L’opera di evangelizzazione
presuppone delle Comunità cristiane che testimonino e irradino
il mistero che le abita e le custodisce: l’amore trinitario;
presuppone delle Comunità che abbiano coscienza
che l’opera redentiva raggiunge l’uomo nella sua verità,
nella sua piena dimensione concreta, storica,
in un incontro da persona a persona,
per promuoverlo integralmente,
disponendolo a realizzarsi come figlio di Dio.
“Per conoscere l’uomo, l’uomo vero,
l’uomo integrale, bisogna conoscere Dio e
per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo.”
Desideriamo metterci davanti all’uomo, ad ogni uomo,
con atteggiamento di rispetto e di accoglienza
della sua singolare realtà di persona,
della sua irrepetibile realtà dell’essere e dell’agire,
della sua propria storia.
Desideriamo essere insieme costantemente in ascolto
delle richieste e delle esigenze profonde di ogni uomo,
nella piena verità della sua esistenza personale,
comunitaria e sociale,
nell’ambito della propria famiglia,
nell’ambito di società e contesti tanto diversi,
nell’ambito della propria nazione o Popolo,
nell’ambito di tutta l’umanità.
Come Comunità cerchiamo di renderci sempre più consapevoli
della dignità e della grandezza cui l’uomo è chiamato:
“Io ho detto: ‘voi siete dei,
siete tutti figli dell’Altissimo’”. Sal 82,6
“(…) l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi.” Sal 8,6
“A quanti, però, l’hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio.” Gv 1,12
“In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato
trova vera luce il mistero dell’uomo.
Adamo, infatti, il primo uomo,
era figura di quello futuro Rm 5,14
e cioè di Cristo Signore.
Cristo, che è il nuovo Adamo,
proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore
svela anche pienamente l’uomo all’uomo e
gli fa nota la sua altissima vocazione.”
“Poiché in Lui [Cristo] la nostra natura umana è stata assunta,
senza per questo venire annientata,
per ciò stesso essa è stata anche in noi
innalzata a una dignità sublime.”
L’uomo ha una sua origine: Dio.
L’uomo ha un suo “habitat”
dove ritrova se stesso e dove si realizza:
la vita trinitaria.
L’uomo ha un cammino da percorrere nella sua vita terrena:
ristabilire la comunione con il Padre e con il Figlio
nello Spirito Santo, Eb 12
perduta col peccato;
rincontrarsi progressivamente,
per mezzo del Cristo con le tre Persone divine.
L’uomo, creato ad immagine e somiglianza
di Dio uno e trino, Col 1,12
ha una vocazione divina da realizzare:
rivivere, nel suo quotidiano,
in sé e con tutti i suoi fratelli,
la vita delle tre Persone divine.
L’uomo “procede” dalla Trinità,
vive la Trinità e tende alla Trinità.
“L’uomo (…), per sua intima natura, è un essere sociale
e senza i rapporti con gli altri non può vivere,
né esplicare le sue doti.”
“L’uomo agonizza
quando è privato di ogni comunione con un altro uomo.
Ma la comunione tra le persone umane agonizza
quando non trova la sua fonte e il suo fondamento
in Dio, Persona infinita,
o piuttosto unità infinita di Persone divine.
La relazione tra persona e persona
è la sola via della realtà e del mistero.
È la profonda presa di contatto, piena d’amore,
di una persona con un’altra,
e solamente questo procura la vita e la gioia.
Ma non si può avere la rivelazione dell’altro
come profondità fontale,
come fonte di vita senza limiti,
se lo Spirito Santo non ci mostra l’altro in Dio,
nel mistero del Dio personale che si rivela.”
“L’uomo non può ritrovarsi
se non attraverso un dono sincero di sé.”
L’uomo ha una missione da compiere in mezzo ai fratelli:
collaborare all’unificazione dell’umanità in Cristo.
“Padre santo (…) non prego solo per questi,
ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me;
perché tutti siano una cosa sola.
Come tu, Padre, sei in me ed io in te,
siano anch’essi in noi una cosa sola,
perché il mondo creda che tu mi hai mandato.” Gv 17,20-21
L’uomo ha una meta da raggiungere: “Dio tutto in tutti”. 1Cor 15,28
Impegno di ogni cristiano
sia l’amore pronto, infaticabile, totale, gratuito all’uomo.
Vogliamo “amare l’uomo non come strumento,
ma come primo fine,
attraverso il quale possiamo giungere al fine supremo
che trascende tutte le realtà umane”:
l’uomo segno e presenza dell’amore della Trinità:
creato ad immagine di Dio;
l’uomo chiamato alla comunione con Dio
così da essere divinizzato:
“Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio”;
l’uomo tempio della Santissima Trinità:
“Se uno mi ama, osserverà la mia parola
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui
e prenderemo dimora presso di lui”; Gv 14,23
l’uomo persona con cui vivere il rapporto trinitario:
“Padre santo, che siano una cosa sola, come noi”; Gv 17,11
l’Uomo Cristo presente nel tempo e nelle situazioni
in cui siamo chiamati a vivere:
“Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare,
ho avuto sete e mi avete dato da bere (…)”; Mt 25,35-36
l’Uomo Cristo da amare concretamente
“Il corpo di Cristo che sta sull’altare
non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure,
mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura (…)”;
l’uomo “primo sacramento di Dio”,
Egli è la prima fondamentale via della Chiesa; 16
l’uomo “sacramento che condiziona
tutti gli altri sacramenti”; Mt 5,23-24; Gc 2,14-26
l’uomo persona amata prima della struttura,
prima degli interessi personali;
l’uomo persona posta sempre al centro
delle attenzioni di tutti.
Personalmente ed insieme ci impegniamo
ad essere testimoni dell’autentica dignità dell’uomo,
ad amare in lui il Cristo stesso,
a fare di lui la “prima strada” della nostra missione.
“L’uomo nella propria umanità riceve in dono
una speciale ‘immagine e somiglianza’ di Dio.
Ciò significa non solo razionalità e libertà
come proprietà costitutive della natura umana,
ma anche, sin dall’inizio,
capacità di un rapporto personale con Dio come ‘io’ e ‘tu’ e,
dunque, capacità di alleanza, che avrà luogo
con la comunicazione salvifica di Dio all’uomo (…)
chiamata all’amicizia,
nella quale le trascendenti ‘profondità di Dio’
vengono, in qualche modo, aperte
alla partecipazione da parte dell’uomo.
‘Dio invisibile, nel suo grande amore, Col 1,15; 1Tm 1,17
parla agli uomini come ad amici e Es 33,11; Gv15,14
si intrattiene con loro,
per invitarli e ammetterli alla comunione con sé.’”
L’UOMO COME PRIMA STRADA DELL’EVANGELIZZAZIONE E DELLA MISSIONE
“L’uomo è la prima strada che la Chiesa deve percorrere
nel compimento della sua missione:
egli è la prima fondamentale via della Chiesa,
via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente
passa attraverso il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione (…).
Quest’uomo è la via della Chiesa, via che corre, in un certo modo,
alla base di tutte quelle vie, per le quali deve camminare la Chiesa,
perché l’uomo – ogni uomo senza eccezione alcuna –
è stato redento da Cristo,
perché con l’uomo – ciascun uomo senza eccezione alcuna –
Cristo è in qualche modo unito,
anche quando quell’uomo non è di ciò consapevole:
‘Cristo, per tutti morto e risorto,
dà sempre all’uomo’ – ad ogni uomo, e a tutti gli uomini –
‘(…) luce e forza per rispondere alla suprema sua vocazione’.
Essendo quindi quest’uomo la via della Chiesa,
via della quotidiana sua vita ed esperienza,
della sua missione e fatica, la Chiesa del nostro tempo deve essere,
in modo sempre nuovo, consapevole della di lui ‘situazione’.”
IL POVERO COME SACRAMENTO DI GESÙ
“Nessun gradino più sicuro per giungere all’amore di Dio
che la carità dell’uomo verso l’uomo.”(S. Agostino)
“Voi siete un segno, voi un’immagine,
voi un mistero della Presenza di Cristo.
Il sacramento dell’Eucaristia ci offre
la sua nascosta Presenza viva e reale;
ma voi pure siete un sacramento,
cioè un’immagine sacra del Signore fra noi,
come un riflesso rappresentativo,
ma non nascosto della sua faccia umana e divina (…).
Tutta la tradizione della Chiesa
riconosce nei poveri il sacramento di Cristo (…).
Voi, figli carissimi, siete Cristo per noi (…).
Noi ci inchiniamo davanti a voi e
vogliamo ravvisare Cristo in voi
quasi redivivo e sofferente (…).
Siamo venuti per onorare Cristo in voi,
per inchinarci perciò davanti a voi (…).”
Ci impegniamo a guardare e amare
questo uomo e l’umanità tutta
con gli occhi compassionevoli del Padre
che sempre ascolta il grido dei poveri Sal 9,10
ed è attento alle condizioni del suo Popolo, Es 2,23-25; 3,7
con la donazione del Figlio
che ha “disteso sulla croce le sue mani,
per abbracciare i confini dell’universo”,
e con l’amore dello Spirito, vincolo di unità.
Col 3,12-15
“Voi dunque, eletti di Dio, santi e amati,
rivestitevi di sentimenti di tenera compassione,
di benevolenza, di umiltà, di dolcezza, di pazienza,
sopportatevi a vicenda e perdonatevi gli uni gli altri,
se uno ha contro l’altro qualche motivo di lamentela.
Il Signore vi ha perdonato, fate lo stesso a vostra volta.
E sopra ogni cosa sia la carità, che è il vincolo della perfezione.
Con questo, la pace di Cristo regni nei vostri cuori;
questa è la chiamata che vi ha riuniti in un medesimo corpo.
Infine, vivete in azioni di grazie!”
Mt 25, 31-
[31] Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria.
[32] E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri,
[33] e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
[34] Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.
[35] Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato,
[36] nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
[37] Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?
[38] Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?
[39] E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
[40] Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.
[41] Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.
[42] Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere;
[43] ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
[44] Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?
[45] Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me.
[46] E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”.
(TORNA A ‘FONDAMENTI BIBLICI E TEOLOGICI’)
Esercizi spirituali estivi 2010 a “Il Seguito di Gesù”
Relatore: Padre Giovanni Terzo della Comunità Missionaria di Villaregia
SESTA MEDITAZIONE
SANTITÀ COMUNITARIA E MARIA, MADRE DELLA COMUNITÀ.
Maria dimora della presenza di Dio.
Maria madre dell’umanità.
Maria Madre ci facilita l’incontro con la Trinità e i fratelli.
Accoglierla come madre.
Luca 1, 26 ss
[26] Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret,
[27] a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
[28] Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”.
[29] A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto.
[30] L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio.
[31] Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
[32] Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre
[33] e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
[34] Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”.
[35] Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio.
[36] Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile:
[37] nulla è impossibile a Dio”.
[38] Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei.
MARIA DIMORA DELLA PRESENZA DI DIO TRINITÀ: FIGLIA DEL PADRE, MADRE DEL FIGLIO, TEMPIO DELLO SPIRITO.
Le tre Persone divine, vivendo ed operando in unità perfetta,
volendo per puro ed eterno amore
congiungere l’essere creato con l’Essere increato,
rendono la Vergine Maria Verginità feconda,
Madre del Verbo incarnato.
La Trinità SS., nella pienezza del tempo, discende in Maria,
in continuità con quel cammino di svelamento,
di abbassamento e di presenza in mezzo al suo Popolo,
prefigurato e cominciato da sempre nella storia,
per compiere l’adozione a Figli,
implicita nella creazione, a sua immagine e somiglianza,
dell’uomo, maschio e femmina,
una creazione che, nel cuore di Dio, era già salvezza.
Come la nube avvolge la tenda del convegno
e, cioè, l’interno della dimora
è riempito della gloria di Dio, Es 40,34-35
così la potenza dello Spirito scende e adombra Maria, Lc 1,35
riempiendo il grembo di lei della presenza di Colui
che sarà Santo, Figlio di Dio.
“Questa Presenza divina
che aveva per il passato dimorato sul tabernacolo,
riempita la dimora tanto da proibirne a Mosè l’entrata,
poi abitato il tempio di Gerusalemme,
o più esattamente la parte più segreta di questo tempio,
il Santo dei Santi,
questa Presenza che doveva infine consacrare
il tempio simbolico dell’era messianica,
ecco che l’angelo Gabriele annuncia a Maria
che sta per realizzarsi e quasi attualizzarsi nel suo seno,
trasformando questo seno verginale in un santuario,
un Santo dei Santi vivente;
questa Presenza divina che ella dalla sua infanzia
aveva imparato a venerare in un solo luogo della terra,
là dove il sommo sacerdote solo entrava una volta all’anno,
nel gran giorno dell’espiazione,
l’angelo Gabriele le insegna oggi
che deve oramai adorarlo in se stessa.”
- Lyonnet, citato da A. Serra, «Madre di Dio », in Nuovo Dizionario di Mariologia, a cura di S. De Fiores – S. Meo, Paoline, Cinisello Balsamo 1986, p. 728.
Maria è tutta relazione con la SS. Trinità:
figlia prediletta del Padre,
madre del Figlio,
tempio dello Spirito.
Quello che Dio fa con Maria lo vuole fare di ciascuno di noi, e Maria come Madre intercede perché questo avvenga.
La maternità di Maria è espressione
della forza generatrice del Padre, Gen 1,1ss
della maternità del Padre Is 49,15
che, mediante lo Spirito, si esprime nella creazione. Gen 1,2
Maria è figlia del Padre
e Madre con Dio, fonte della maternità.
Maria è veramente
Madre di Gesù. Lc 1,31; 2,33; Mt 1,16
Ella genera nel tempo il Figlio Eterno;
qualcosa di Lei è coassunto dal Verbo eterno.
Egli conserva con Lei un legame perenne.
Ella rimane indissolubilmente associata all’unione ipostatica.
Cf. RVM 10.
Maria è veramente Madre del Figlio di Dio
e nello stesso tempo, come tutte le creature,
è generata nel Figlio dall’eternità, è figlia nel Figlio.
Cf. RM 8.
Lo SPIRITO SANTO assume la realtà umana di Maria:
“Lo Spirito Santo scenderà su di te,
su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo”. Lc 1,35
Ne fa la sua tenda
e ne prende pieno possesso. Es 40,34-35
Lo Spirito Santo assume la femminilità di Maria,
il suo corpo di donna per eternarlo in seno alla Trinità Santissima;
eleva la forza generatrice di Lei ad una altezza divina.
tutta città del Dio vivo,
tutta bella,
tutta vicina a Dio (…)
immagine vivente della Divinità.”
- Giovanni Damasceno, Omelia 1, sulla Natività della Beata Vergine Maria, (PG 96, 676).
Una pagina di Massimiliano Kolbe ci aiuta a penetrare nel ‘Si’ di Maria è l’incontro di tutto l’amore di Dio con tutto l’amore della creatura.
“Questa ‘eterna Concezione Immacolata’,
cioè lo Spirito Santo,
concepisce in modo immacolato
la vita divina nell’anima di Maria.
Anche il seno verginale del corpo di Maria
è riservato a Lui ed Egli vi concepisce nel tempo (…)
anche la vita divina dell’Uomo Dio.
NELL’UNIONE DELLO SPIRITO SANTO con Maria,
non solo l’amore congiunge queste due persone,
ma la prima di esse è tutto l’amore della Santissima Trinità,
mentre la seconda è tutto l’amore della creazione
e così, in questa unione, il cielo si congiunge con la terra,
tutto il cielo con tutta la terra,
tutto l’amore eterno con l’amore creato:
è il vertice dell’amore.”
- Massimiliano Kolbe, «Appunti per un trattato…», pp. 156-157
“Dio creò ogni creatura e Maria generò Dio:
Dio che aveva creato ogni cosa,
si fece Lui stesso creatura di Maria e
ha ricreato così tutto quello che aveva creato (…).
Dio è dunque il Padre delle cose create,
Maria la Madre delle cose ricreate.”
- Anselmo, Discorsi, 52 (PL 158, 955-956).
Tutti siamo inclusi e cogenerati nel Fiat della Madre.
Come figli nel Figlio partecipiamo della relazione
che Gesù permanentemente mantiene con sua Madre.
“Per mezzo di Maria
un corpo umano è stato unito a Dio.”
- Ambrogio, Epistola 63, (PL 16, 250).
“C’è infatti un solo capo, Cristo,
e un solo corpo, il corpo di Cristo;
e il capo e il corpo sono una cosa sola.
E questo Cristo totale
è figlio di un solo Dio in cielo e di una sola Madre sulla terra.
Ci sono dunque molti figli ma c’è un unico Figlio.”
Isacco della Stella, Sermone 51, (PL 194, 1862).
“Questa unione della Madre con il Figlio
nell’opera della redenzione raggiunge il culmine sul Calvario,
dove Cristo offrì se stesso quale vittima immacolata a Dio Eb 9,14
e dove Maria stette presso la croce.” Gv 19,25
MC 20.
Il Figlio ha voluto esplicitare la costituzione di Maria
quale Madre universale nell’Ora più importante di tutti i tempi:
“Donna, ecco il tuo figlio!”. Gv 19,26;
“Ecco la tua madre!”. Gv 19,27
A quell’”Ora” Gesù aveva rimandato Maria,
nell’inizio dei segni, in Cana di Galilea:
“Non è ancora giunta la mia ora”. Gv 2,4
MARIA MADRE DELL’UMANITÀ
È l’Ora “della NUOVA MATERNITÀ
secondo lo Spirito e
non secondo la carne”. Gv 1,13; 3,6
(RM 2)
L’amore della Madre entra pienamente nella dinamica
del mistero della redenzione e “divinizzazione” dell’umanità.
dopo l’ultima rivelazione fatta alla Madre e al discepolo,
“Tutto è compiuto”. Gv 19,30
La profezia che annunciava il raduno dei figli dispersi Gv 11,51-52
giunge a compimento nell’innalzamento del Figlio:
“Ora è il giudizio di questo mondo;
ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori.
Io, quando sarò elevato da terra,
Attirerò Tutti A Me”; Gv 12,31
e nell’innalzamento della Madre,
come Nuova Sion dei tempi messianici,
che genera il Popolo nuovo:
“Tutti costoro si sono radunati,
Vengono A Te”. Is 60,4
Lo Spirito Santo, che si è effuso sulla Vergine Immacolata,
assume tutte le espressioni del suo amore di donna e di madre,
assume, man mano, tutta la sua vita
sino ad assumere anche il suo corpo nell’Assunzione.
“Ella è unita in modo inesprimibile
con lo Spirito Santo come sua sposa,
ma in un senso senza paragone più perfetto
di ciò che tale termine può esprimere tra gli uomini.
Di che genere è questa unione?
Innanzi tutto essa è interiore,
è l’unione del suo essere con l’essere dello Spirito Santo.
Lo Spirito Santo Abita In Lei,
vive in lei dal primo istante della sua esistenza,
sempre ed in eterno (…).
Egli stesso è l’amore in lei,
l’amore del Padre e del Figlio,
l’amore con il quale Dio ama se stesso,
l’amore della Santissima Trinità,
l’amore fecondo,
la concezione.
Nelle creature fatte a somiglianza di Dio
l’unione di amore è la più perfetta.
La Sacra Scrittura afferma
che saranno due in una sola carne Gen 2,24
e Gesù sottolinea:
‘Quindi non sono più due, ma una sola carne’. Mt 19,6
In modo senza paragone più rigoroso, più interiore, più essenziale,
lo Spirito Santo vive nell’anima dell’Immacolata, nel suo essere e
la feconda fin dal primo istante della sua esistenza
attraverso tutta la sua vita, ossia per sempre.”
(S. Massimiliano Kolbe, «Appunti per un trattato…», pp. 156-157)
“Lo Spirito Santo la compenetra in modo così ineffabile
che la definizione di ‘Sposa dello Spirito Santo’
è un’immagine Assai Lontana per esprimere
la vita dello Spirito Santo in lei e attraverso di lei.”
- Massimiliano Kolbe, ‘Chi sei, o Immacolata?’, Monfortane, Roma 1982, p. 29.
Lo Spirito Santo, fuoco d’amore, la riveste di tutti i suoi carismi,
perché possa essere Madre e Mediatrice di tutte le grazie.
LG 62
“Dal Paraclito, come da sorgente,
erano scaturite la pienezza di grazie e
l’abbondanza di doni che la ornavano:
la fede, la speranza e la carità (…)
la forza che ne sosteneva l’adesione alla volontà di Dio,
il vigore che la sorreggeva nella sua com-passione
ai piedi della croce.”
MC 26
Lo Spirito che aveva steso su di lei la sua ombra,
(La prima Pentecoste per Maria è coincisa con l’Annunciazione; si veda l’analogia tra Lc 21,35 e Lc 24,49; tra Lc 1,35a e At 1,8; 2,4; tra Lc 1,46a e At 2,4.6-7.11; tra Lc 1,46 e At 2,4.11.)
facendone sua “stabile dimora”,
e, Nella Pentecoste, l’aveva incoronata con la sua potenza,
la porta alla piena beatitudine, alla esaltazione definitiva:
per la “straordinaria santità del suo corpo verginale (…)
tutto santo, tutto casto, tutto abitazione di Dio”,
(S. Germano di Costantinopoli, citato da PIO XII, cost. ap. Munificentissimus Deus, 1 nov. 1950, in AAS 42 (1950), pp. 760-762).
viene Assunta in seno alla Trinità Santissima.
“Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e
apparve nel santuario l’arca dell’alleanza.” Ap 11,19
MARIA MADRE CI FACILITA L’INCONTRO CON DIO TRINITÀ E CON I FRATELLI
La centralità di Maria, una centralità tutta “relazionale”,
acquista tutta la sua bellezza e verità.
Ella è quel centro in cui si incontrano,
in un abbraccio indissolubile,
la Trinità Santissima e l’umanità di ieri, di oggi, di sempre.
Il suo disegno di “esserci non essendoci”
perché questo incontro possa avvenire,
il suo essere sfondo silenzioso,
“umile e alta”, “niente di sé e tutto di Dio”,
si effonde su noi, suoi figli,
come luce e pace,
come dolcezza e tenerezza,
come soffio d’amore,
come effusione di Colui che la pervade.
La sua maternità continua ad “effondersi”
congiunta allo Spirito Paraclito,
e lo Spirito “completa l’apporto del Verbo
interiorizzandolo e attualizzandolo giorno dopo giorno,
con un’azione intima di educazione e una specie di impregnazione:
ruolo materno femminile che si unisce,
per mettervi il sigillo della compiutezza,
con quello del Padre e quello del Verbo Figlio”.
(Y. Congar, Credo nello Spirito Santo, Queriniana, Brescia 1983, pp. 170-171)
La Madre di Dio e Madre nostra,
“glorificata anche nel corpo,
è immagine e inizio della Chiesa
che dovrà avere il suo compimento nell’età futura”,
LG 68
è immagine e realizzazione
di quello che ciascun uomo è chiamato ad essere.
dell’amore del Padre verso i poveri e gli oppressi,
il cantico della paternità di Dio
nei confronti del suo Popolo:
(Rendere testimonianza alle sue ‘grandi cose’: cf. Dt 4,9; 11,18-19; 32,46; Is 43,10.12.21; Gl 1,2-3; Tb 12,7.11; Sal 22,22.25; 40,10-11; 44,2; 78,3-7; 105,1; 116,18.)
il Magnificat.
Lc 1,46-55
[46] Allora Maria disse:
“L’anima mia magnifica il Signore
[47] e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
[48] perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
[49] Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome:
[50] di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
[51] Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
[52] ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
[53] ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
[54] Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
[55] come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza,
per sempre”.
L’esperienza del Padre delle Misericordie, 2Cor 1,3; Ef 2,4
esperienza di liberazione,
di realizzazione,
di fratellanza universale e
di riconciliazione con il cosmo,
si faccia, anche per noi,
canto profetico per un mondo schiavo
del proprio egoismo, della sopraffazione,
della violenza sugli uomini e sulla natura.
Ogni nostro incontro con l’uomo,
la nostra comunione ed il nostro andare suscitino,
come la sua visita a Elisabetta,
Lc 1,39; Is 52,7
[39] In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda.
[40] Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.
[41] Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo
[42] ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
[43] A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?
[44] Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo.
[45] E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”.
il dono dello Spirito Santo e
la pienezza della gioia
per la presenza del Signore.
Ogni nostro incontro sia una visitazione,
effusione di Spirito Santo:
susciti nei fratelli ed in noi, come miracolo della reciprocità,
una sempre più profonda consapevolezza
dell’amore di Dio nella propria esistenza,
la comprensione sempre più piena
della propria vocazione e missione,
e faccia esplodere la lode:
una lode che sgorga dal sentirsi salvati,
una lode che “anticipa” la manifestazione potente
della misericordia nel presente,
una lode nella piccolezza e debolezza.
“Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria,
il bambino le sussultò nel grembo.
Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce:
‘Benedetta tu fra le donne,
e benedetto il frutto del tuo grembo!’.” Lc 1, 41-42
Chi ci incontra e ci vede andare,
con cuore gioioso e con animo aperto
anche per strade faticose,
possa fare l’esperienza di trovarsi accomunato
in un unico inno di lode a Dio,
per la gioia di portare l’aiuto fraterno a chi è nel bisogno,
per la gioia di comunicare il grande mistero
nascosto da secoli e rivelato ai piccoli, Ef 3,9; Col 1,26
per la gioia di riconoscere l’uno nell’altro
il segno dell’azione di Dio.
Chi ci incontra e ci vede andare
riconosca una comunanza e continuazione
dell’andare di Maria da Nazaret ad Ain Karim:
è un viaggio santo, una strada sacra,
la stessa che percorse l’Arca quando Davide la trasportò,
attraverso il Paese di Giuda, sino a Gerusalemme;
la stessa che percorse Gesù,
quando si mise risolutamente in viaggio
verso Gerusalemme; Lc 9,51
la stessa che, simbolicamente, percorre
ogni messaggero di salvezza: Lc 7,27; Is 52,7
è lo stesso Cammino Di Dio
diretto verso l’umanità vecchia e bisognosa,
gravida di un uomo nuovo che,
per la gioia della vicina salvezza, effusione di Spirito Santo,
sussulta nel grembo di sua madre.
“Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele,
rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!
Re d’Israele è il Signore in mezzo a te.
Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente.
Esulterà di gioia per te e ti rinnoverà con il suo amore,
si rallegrerà per te con grida di gioia,
come nei giorni di festa.” Sof 3,14-18
ACCOGLIERLA COME MADRE.
Il nostro amore a Maria si traduce nell’impegno
a “prenderla nella nostra casa” e a “riviverla”:
“E da quel momento il discepolo
la prese nella sua casa”. Gv 19,27
Veneriamo con speciale amore la Vergine Maria,
nella quale Dio Trinità abita con pienezza di grazia.
Ci poniamo sotto la sua protezione di Madre
amandola in tutte le sue splendide prerogative.
Cf AA 2
“Tu non pensi mai a Maria,
senza che essa, per te, non pensi a Dio;
tu non lodi e non onori mai Maria
senza che essa, con te, non lodi e non onori Dio.
Maria è completamente Relativa A Dio;
io la chiamerei la relazione di Dio
che non esiste se non in rapporto a Lui,
l’eco di Dio che dice e ripete solo Lui.
Se tu dici: Maria, essa dice: Dio.
- Elisabetta lodò Maria e la chiamò beata perché aveva creduto;
Maria, l’eco fedele di Dio, intonò:
‘L’anima mia glorifica il Signore’.
Ciò che Maria ha fatto in questa occasione lo fa tutti i giorni:
quando qualcuno la loda, la ama, la onora o le si offre,
Dio è lodato, Dio è amato, Dio è onorato,
ci si offre a Dio per mezzo di Maria.”
- Luigi M. G. da Montfort, Trattato della vera devozione a Maria, 225, Monfortane, Roma 1996, pp. 216-217.
A Lei che “è insignita
della somma carica e della dignità di Madre del Figlio di Dio,
e perciò è la figlia prediletta del Padre
e il tempio dello Spirito Santo”,
LG 53
ci rivolgiamo con fiducia e confidenza di figli
perché ci porti in seno alla Trinità Santissima,
perché ci insegni il rapporto con le tre Persone divine.
Vogliamo sempre nella Comunità darle il suo posto di Madre.
Ella “è veramente madre delle membra di Cristo (…)
perché (…) ha cooperato con la sua carità
alla nascita dei fedeli nella Chiesa”.
(cf. RVM 15)
(TORNA A ‘FONDAMENTI BIBLICI E TEOLOGICI’)