1. Riscoprire ... 

          Fondamenti biblici e teologici
 

 

                       

 

 

Vignetta

di M. Tausani

 

Piccola introduzione ...

"... Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perchè il mondo creda che tu mi hai mandato." (Gv. 17,21).

La Trinità. ... Mistero di Dio messo nelle nostre mani ...

Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza e Dio è Uno e Trino, è Comunità. L'essere creati a sua immagine coinvolge profondamente tutta la nostra vita nel desiderare di essere in comunione almeno con qualcuno. è nel nostro "DNA" di Figli di Dio. La "Preghiera" di Gesù che S. Giovanni riporta nel Vangelo esprime tutto il desiderio del Signore che anche noi possiamo vivere la Comunione-Trinità. Più siamo in comunione con Dio, con i fratelli e in noi stessi, più risplende in noi questo essere a immagine e somiglianza di Dio e più si manifesta a tutti che Dio è Uno e Trino.

La Chiesa. ... Per la maggioranza dei battezzati di oggi è purtroppo, "la Grande Sconosciuta", ma è il dono grandissimo che Gesù ci ha fatto. Attraverso la Chiesa riceviamo lo Spirito Santo nel Battesimo, entriamo a far parte del Corpo di Cristo di cui Egli è il Capo e veniamo così inseriti nella Trinità.  Noi siamo le "Pietre Vive" di questo "Edificio spirituale" del quale Cristo è la "Pietra Angolare". La Chiesa è la nostra "Madre", la nostra "Famiglia", la nostra "Comunità", la nostra "Protezione", è la manifestazione del Regno di Dio in mezzo agli uomini, è la presenza di Gesù che passa attraverso i Sacramenti, ma anche attraverso la nostra debolezza e i nostri limiti ...

La Comunione è Dono da chiedere a Dio incessantemente, senza scoraggiamenti, in ogni situazione della vita. Saremo sicuramente esauditi, perchè è quello che Gesù stesso ha chiesto per noi e per il quale ha dato la sua vita. Ciò che rompe la comunione infatti è il peccato. Satana, il "divisore", cerca in tutti i modi di distruggere ogni barlume di comunione, perchè è la realtà della quale ha più paura. La "famiglia" ad esempio, oggi sembra essere chiamata in "prima linea" in questa "lotta". Sicuramente ne uscirà vittoriosa e rafforzata potentemente perchè il male è già stato vinto!   

La Provvidenza ha predisposto le cose per cui questo sito è stato aperto nella Solennità della Santissima Trinità. Questa Festa sarebbe bello fosse valorizzata di più in tutta la Chiesa, perchè potrebbe essere l'occasione per approfondire l'aspetto comunitario della vita cristiana.  "Come tu o Padre sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola ..." Da qui nasce la Festa! Questa è veramente una meravigliosa realtà da festeggiare!

 

Esercizi Spirituali 26-30 Luglio 2010 

Dalle meditazioni di Padre Giovanni Terzo, della Comunità Missionaria di Villaregia, all'Associazione "Il Seguito di Gesù" in occasione degli  Esercizi Spirituali estivi a S. Giustina Bellunese presso il Centro "Papa Luciani".

PRIMA MEDITAZIONE

La santità comunitaria: cammino proposto dai documenti della Chiesa.

  1. La vita di comunione come dono dello Spirito.

  2. La vita di comunione modellata sulla Trinità.

  3. Una santità per tutti gli stati di vita: laici, presbiteri, consacrati.

  4. Comunione come via di santità comunitaria da scoprire e da assumere.

  5. Una santità che passa per la relazione.

1. LA SANTITÀ COMUNITARIA COME DONO DELLO SPIRITO ALLA CHIESA.

Il santo Padre alla preghiera del Regina Coeli del 23 maggio di quest'anno, solennità della Pentecoste, ha detto che il dono dello Spirito continua a rinnovare la Chiesa ed ad effondersi in maniera particolare in alcuni momenti forti: tra questi il Concilio Vaticano II e l’incontro di Giovanni Paolo II con i movimenti ecclesiali nella Pentecoste del 1998

" Il mistero della Pentecoste, che giustamente noi identifichiamo con quell’evento, vero "battesimo" della Chiesa, non si esaurisce però in esso. La Chiesa, infatti, vive costantemente della effusione dello Spirito Santo, senza il quale essa esaurirebbe le proprie forze, come una barca a vela a cui venisse a mancare il vento. La Pentecoste si rinnova in modo particolare in alcuni momenti forti, a livello sia locale sia universale, sia in piccole assemblee che in grandi convocazioni. I Concili, ad esempio, hanno avuto sessioni gratificate da speciali effusioni dello Spirito Santo, e tra questi vi è certamente il Concilio Ecumenico Vaticano II. Possiamo ricordare anche il celebre incontro dei movimenti ecclesiali con il Venerabile Giovanni Paolo II, qui in Piazza San Pietro, proprio nella Pentecoste del 1998. Ma la Chiesa conosce innumerevoli "pentecoste" che vivificano le comunità locali: pensiamo alle Liturgie, in particolare a quelle vissute in momenti speciali per la vita della comunità, nelle quali la forza di Dio si è percepita in modo evidente infondendo negli animi gioia ed entusiasmo. Pensiamo a tanti convegni di preghiera, in cui i giovani sentono chiaramente la chiamata di Dio a radicare la loro vita nel suo amore, anche consacrandosi interamente a Lui. Non c’è dunque Chiesa senza Pentecoste. E vorrei aggiungere: non c’è Pentecoste senza la Vergine Maria."

Il Vaticano II e l'incontro con i movimenti ecclesiali del 1998, come nuova pentecoste per la Chiesa.

È lo Spirito Santo che santifica e apre vie nuove nella Chiesa e dona carismi perchè i cristiani possano vivere di Dio, possano entrare in comunione con il Signore. Al numero 4 della LG si dice:

Lo Spirito santificatore della Chiesa

4. Compiuta l'opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra (cfr. Gv 17,4), il giorno di Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa e affinché i credenti avessero così attraverso Cristo accesso al Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2,18). …Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1 Cor 3,16; 6,19) e in essi prega e rende testimonianza della loro condizione di figli di Dio per adozione (cfr. Gal 4,6; Rm 8,15-16 e 26). Egli introduce la Chiesa nella pienezza della verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22)."

La proposta della santità poi non è solo per alcuni, ma è per tutti, è una chiamata universale di tutto il popolo di Dio: fedeli laici, religiosi, presbiteri, consacrati. Tutti ricordiamo il capitolo VIII della LG

40. … È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità [124] e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano. Per raggiungere questa perfezione i fedeli usino le forze ricevute secondo la misura con cui Cristo volle donarle, affinché, seguendo l'esempio di lui e diventati conformi alla sua immagine, in tutto obbedienti alla volontà del Padre, con piena generosità si consacrino alla gloria di Dio e al servizio del prossimo. Così la santità del popolo di Dio crescerà in frutti abbondanti, come è splendidamente dimostrato nella storia della Chiesa dalla vita di tanti santi.

2. UNA SANTITÀ CHE HA LA SUA SORGENTE NEL DONO DELLA PARTECIPAZIONE ALLA VITA DI COMUNIONE TRINITARIA CHE SI RENDE VISIBILE E ACCESSIBILE NELLA VITA DI COMUNITÀ.

LG n. 4 "Così la Chiesa universale si presenta come "un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".

Nella LG n. 9 "In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la giustizia (cfr. At. 10, 35). Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e fedelmente Lo servisse"

La Chiesa in Italia ha dedicato il piano pastorale degli anni 80 alla comunione e comunità. Nei numeri 14 e 15 del documento della CEI "Comunione e comunità" dell’ottobre 1981, che ci spiegano la comprensione dei termini si dice

14. "Quando diciamo "comunione" pensiamo a quel dono dello Spirito per il quale l’uomo non è più solo né lontano da Dio, ma è chiamato ad essere parte della stessa comunione che lega fra loro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e gode di trovare dovunque, soprattutto nei credenti, dei fratelli con i quali condivide il mistero profondo del suo rapporto con Dio. Come ogni dono dello Spirito, la comunione genera nella Chiesa doveri e impegni e diventa programma di vita cristiana… Però una cosa è il dono di Dio e un’altra cosa è il nostro impegno, solo il dono rende possibile l’impegno e sempre lo sovrasta.

15. "Quando parliamo di "comunità ecclesiale", pensiamo a una forma concreta di aggregazione che nasce dalla comunione: in essa i credenti ricevono, vivono e trasmettono il dono della comunione. La comunità si costituisce sulla base di rapporti visibili e stabili che legano fra loro i credenti nella comune professione della fede…Con le sue determinazioni concrete e i suoi limiti la comunità non mortifica l’ampiezza e la profondità della comunione, ma neppure la esaurisce; ne è come il sacramento, cioè la manifestazione e lo strumento che la svela presente nella storia".

Nei numeri 35-36 dello stesso documento si specifica ancora di più

35 "La ricchezza e i beni di ciascuno sono messi a disposizione di tutti, nel dono reciproco che esalta la fraternità, per cui l’uno è necessario all’altro, ciò che uno possiede completa quello che nell’altro manca e ciascuno partecipa alla crescita comunitaria che tutti coinvolge e di tutti valorizza l’apporto. ‘Né uno né ciascuno possono essere il tutto. Solo tutti costituiscono il tutto e solo l’amore di tutti un tutto."

36 "La comunione del Padre, che ha ‘mandato’ nel mondo il Figlio e anima con il suo Spirito la storia umana, SI MOSTRA così nella comunione degli uomini tra loro. Essi formano la COMUNITÀ cristiana, dando ai loro rapporti interpersonali basati sulla fede, sulla speranza e sulla carità, e tendenti all’edificazione dell’unico corpo del Signore, la forma di una aggregazione stabile di persone per la MANIFESTAZIONE STORICA , cioè visibile e rilevante nella sua continuità, della comunione."

3. UNA SANTITÀ PER TUTTI GLI STATI DI VITA: Laici, Presbiteri, Consacrati,

Il santo Padre Giovanni Paolo II, nell'esortazione apostolica ChL del 30 dicembre 1988 al n. 8 ricorda che anche tutti i fedeli laici sono chiamati alla vita di comunione:

8. Il Concilio Vaticano II, riferendo le varie immagini bibliche che illuminano il mistero della Chiesa, ripropone l'immagine della vite e dei tralci: «Cristo è la vera vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in Lui, e senza di Lui nulla possiamo fare (Gv 15, 1-5)»(12). La Chiesa stessa è, dunque, la vigna evangelica. E' mistero perché l'amore e la vita del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo sono il dono assolutamente gratuito offerto a quanti sono nati dall'acqua e dallo Spirito (cf. Gv 3, 5), chiamati a rivivere la comunione stessa di Dio e a manifestarla e comunicarla nella storia (missione): «In quel giorno - dice Gesù - voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi» (Gv 14, 20). Ora solo all'interno del mistero della Chiesa come mistero di comunione si rivela l'«identità» dei fedeli laici, la loro originale dignità. E solo all'interno di questa dignità si possono definire la loro vocazione e la loro missione nella Chiesa e nel mondo.

Sempre nella ChL del ai nn. 18-19

Il mistero della Chiesa-Comunione

18. Riascoltiamo le parole di Gesù: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo (...). Rimanete in me e io in voi» (Gv 15, 1-4). …La comunione dei cristiani con Gesù ha quale modello, fonte e meta la comunione stessa del Figlio con il Padre nel dono dello Spirito Santo: uniti al Figlio nel vincolo amoroso dello Spirito, i cristiani sono uniti al Padre. Gesù continua: «Io sono la vite, voi i tralci» (Gv 15, 5). Dalla comunione dei cristiani con Cristo scaturisce la comunione dei cristiani tra di loro: tutti sono tralci dell'unica Vite, che è Cristo. In questa comunione fraterna il Signore Gesù indica il riflesso meraviglioso e la misteriosa partecipazione all'intima vita d'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Per questa comunione Gesù prega: «Tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 21). Tale comunione è il mistero stesso della Chiesa, come ci ricorda il Concilio Vaticano II, con la celebre parola di San Cipriano: «La Chiesa universale si presenta come "un popolo adunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo"»(52).

Il Concilio e l'ecclesiologia di comunione

19. E' questa l'idea centrale che di se stessa la Chiesa ha riproposto nel Concilio Vaticano II, come ci ha ricordato il Sinodo straordinario del 1985, celebratosi a vent'anni dall'evento conciliare: «L'ecclesiologia di comunione è l'idea centrale e fondamentale nei documenti del Concilio. La koinonia-comunione, fondata sulla Sacra Scrittura, è tenuta in grande onore nella Chiesa antica e nelle Chiese orientali fino ai nostri giorni. Perciò molto è stato fatto dal Concilio Vaticano II perché la Chiesa come comunione fosse più chiaramente intesa e concretamente tradotta nella vita. Che cosa significa la complessa parola "comunione"? Si tratta fondamentalmente della comunione con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nello Spirito Santo. Questa comunione si ha nella parola di Dio e nei sacramenti. Il Battesimo è la porta ed il fondamento della comunione nella Chiesa. L'Eucaristia è la fonte ed il culmine di tutta la vita cristiana (cf. LG, 11). La comunione del corpo eucaristico di Cristo significa e produce, cioè edifica l'intima comunione di tutti i fedeli nel corpo di Cristo che è la Chiesa (cf. 1 Cor 10, 16 s.)»(53).

All'indomani del Concilio così Paolo VI si rivolgeva ai fedeli: «La Chiesa è una comunione. Che cosa vuol dire in questo caso: comunione? Noi vi rimandiamo al paragrafo del catechismo che parla della sanctorum communionem, la comunione dei santi. Chiesa vuol dire comunione dei santi. E comunione dei santi vuol dire una duplice partecipazione vitale: l'incorporazione dei cristiani nella vita di Cristo, e la circolazione della medesima carità in tutta la compagine dei fedeli, in questo mondo e nell'altro. Unione a Cristo ed in Cristo; e unione fra i cristiani, nella Chiesa»(54).

Le immagini bibliche, con cui il Concilio ha voluto introdurci a contemplare il mistero della Chiesa, pongono in luce la realtà della Chiesa-Comunione nella sua inscindibile dimensione di comunione dei cristiani con Cristo e di comunione dei cristiani tra loro. Sono le immagini dell'ovile, del gregge, della vite, dell'edificio spirituale, della città santa(55). Soprattutto è l'immagine del corpo presentata dall'apostolo Paolo, la cui dottrina rifluisce fresca e attraente in numerose pagine del Concilio(56). A sua volta il Concilio riprende dall'intera storia della salvezza e ripropone l'immagine della Chiesa come Popolo di Dio: «Piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente Lo servisse»(57). Già nelle sue primissime righe, la Costituzione Lumen gentium compendia in modo mirabile questa dottrina scrivendo: «La Chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano»(58).

La realtà della Chiesa-Comunione è, allora, parte integrante, anzi rappresenta il contenuto centrale del «mistero», ossia del disegno divino della salvezza dell'umanità. Per questo la comunione ecclesiale non può essere interpretata in modo adeguato se viene intesa come una realtà semplicemente sociologica e psicologica. La Chiesa-Comunione è il popolo «nuovo», il popolo «messianico», il popolo che «ha per Capo Cristo (...) per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio (...) per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (...) per fine il Regno di Dio (... ed è) costituito da Cristo in una comunione di vita, di carità e di verità»(59). I vincoli che uniscono i membri del nuovo Popolo tra di loro - e prima ancora con Cristo - non sono quelli della «carne» e del «sangue», bensì quelli dello spirito, più precisamente quelli dello Spirito Santo, che tutti i battezzati ricevono (cf. Gl 3, 1).

Infatti, quello Spirito che dall'eternità vincola l'unica e indivisa Trinità, quello Spirito che «nella pienezza del tempo» (Gal 4, 4) unisce indissolubilmente la carne umana al Figlio di Dio, quello stesso e identico Spirito è nel corso delle generazioni cristiane la sorgente ininterrotta e inesauribile della comunione nella e della Chiesa.

Il Santo Padre Giovanni Paolo II nell'esortazione apostolica "Pastores dabo vobis" del dice ai nn.16-17:

La relazione del sacerdote con Gesù Cristo e, in Lui, con la sua Chiesa si situa nell'essere stesso del sacerdote, in forza della sua consacrazione-unzione sacramentale, e nel suo agire, ossia nella sua missione o ministero. In particolare « il sacerdote ministro è servitore di Cristo presente nella Chiesa mistero, comunione e missione. Per il fatto di partecipare all'"unzione" e alla "missione" di Cristo, egli può prolungare nella Chiesa la sua preghiera, la sua parola, il suo sacrificio, la sua azione salvifica. È dunque servitore della Chiesa mistero perché attua i segni ecclesiali e sacramentali della presenza di Cristo risorto. È servitore della Chiesa comunione perché — unito al Vescovo e in stretto rapporto con il presbiterio — costruisce l'unità della comunità ecclesiale nell'armonia delle diverse vocazioni, carismi e servizi. È, infine, servitore della Chiesa missione perché rende la comunità annunciatrice e testimone del Vangelo ».(83)

Così, per la sua stessa natura e missione sacramentale, il sacerdote appare, nella struttura della Chiesa, come segno della priorità assoluta e della gratuità della grazia, che alla Chiesa viene donata dal Cristo risorto. Per mezzo del sacerdozio ministeriale la Chiesa prende coscienza, nella fede, di non essere da se stessa, ma dalla grazia di Cristo nello Spirito Santo. Gli apostoli e i loro successori, quali detentori di un'autorità che viene loro da Cristo Capo e Pastore, sono posti — col loro ministero — di fronte alla Chiesa come prolungamento visibile e segno sacramentale di Cristo nel suo stesso stare di fronte alla Chiesa e al mondo, come origine permanente e sempre nuova della salvezza, « lui che è il salvatore del suo corpo ».(84)

17. Il ministero ordinato, in forza della sua stessa natura, può essere adempiuto solo in quanto il presbitero è unito con Cristo mediante l'inserimento sacramentale nell'ordine presbiterale e quindi in quanto è nella comunione gerarchica con il proprio Vescovo. Il ministero ordinato ha una radicale « forma comunitaria » e può essere assolto solo come « un'opera collettiva ».(85) Su questa natura comunionale del sacerdozio si è soffermato a lungo il Concilio,(86) esaminando distintamente il rapporto del presbitero con il proprio Vescovo, con gli altri presbiteri e con i fedeli laici.

Il sacerdozio ministeriale conferito dal sacramento dell'Ordine e quello comune o «regale» dei fedeli, che differiscono tra loro per essenza e non solo per grado,(89) sono tra loro coordinati, derivando entrambi — in forme diverse — dall'unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdozio ministeriale, infatti, non significa di per sé un maggiore grado di santità rispetto al sacerdozio comune dei fedeli; ma, attraverso di esso, ai presbiteri è dato da Cristo nello Spirito un particolare dono, perché possano aiutare il Popolo di Dio ad esercitare con fedeltà e pienezza il sacerdozio comune che gli è conferito.(90)

La Congregazione per la Vita Consacrata nel documento del 2 febbraio del 1994 ai religiosi: "La vita fraterna in comunità" Congragavit nos in unum, Cristi amor, del così dice:

9. "Creando l'essere umano a propria immagine e somiglianza, Dio lo ha creato per la comunione. Il Dio creatore che si è rivelato come Amore, Trinità, comunione, ha chiamato l'uomo a entrare in intimo rapporto con Lui e alla comunione interpersonale, cioè alla fraternità universale(21).

Questa è la più alta vocazione dell'uomo: entrare in comunione con Dio e con gli altri uomini suoi fratelli.

Questo disegno di Dio è stato compromesso dal peccato che ha frantumato ogni tipo di rapporto: tra il genere umano e Dio, tra l'uomo e la donna, tra fratello e fratello, tra i popoli, tra l'umanità e il creato.

Nel suo grande amore il Padre ha mandato il Figlio suo perché, nuovo Adamo, ricostituisse e portasse tutto il creato alla piena unità. Egli venuto tra noi ha costituito l'inizio del nuovo popolo di Dio chiamando attorno a sé apostoli e discepoli, uomini e donne, parabola vivente della famiglia umana radunata in unità. A loro ha annunciato la fraternità universale nel Padre, il quale ci ha fatto suoi familiari, figli suoi e fratelli tra di noi. Così ha insegnato l'uguaglianza nella fraternità e la riconciliazione nel perdono. Ha capovolto i rapporti di potere e di dominio dando lui stesso l'esempio di come servire e porsi all'ultimo posto. Durante l'ultima cena, ha affidato loro il comandamento nuovo dell'amore reciproco: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34; cfr. 15,12); ha istituito l'Eucarestia che, facendoci comunicare all'unico pane e all'unico calice, alimenta l'amore reciproco. Si è quindi rivolto al Padre chiedendo, come sintesi dei suoi desideri, l'unità di tutti modellata sull'unità trinitaria: "Come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola" (Gv 17,21).

Affidandosi poi alla volontà del Padre, nel mistero pasquale ha compiuto quell'unità che aveva insegnato a vivere ai discepoli e che aveva chiesto al Padre. Con la sua morte di croce ha distrutto il muro di separazione tra i popoli, riconciliando tutti nell'unità (cfr. Ef 2, 14-16), insegnandoci così che la comunione e l'unità sono il frutto della condivisione del suo mistero di morte.

La venuta dello Spirito santo, primo dono ai credenti, ha realizzato l'unità voluta da Cristo. Effuso sui discepoli riuniti nel cenacolo con Maria, ha dato visibilità alla Chiesa, che fin dal primo momento si caratterizza come fraternità e comunione nell'unità di un solo cuore e di un'anima sola (cfr. At 4,32).

Questa comunione è il vincolo della carità che unisce tra loro tutti i membri dello stesso Corpo di Cristo, e il Corpo con il suo Capo. La stessa presenza vivificante dello Spirito Santo(22) costruisce in Cristo l'organica coesione: Egli unifica la Chiesa nella comunione e nel ministero, la coordina e la dirige con diversi doni gerarchici e carismatici che si complementano tra loro e l'abbellisce dei suoi frutti(23).

Nel suo pellegrinaggio per questo mondo, la Chiesa, una e santa, si è costantemente caratterizzata per una tensione, spesso sofferta, verso l'unità effettiva. Lungo il suo cammino storico essa ha preso sempre maggiore coscienza del suo essere popolo e famiglia di Dio, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito, Sacramento dell'intima unione del genere umano, comunione, icona della Trinità. Il Concilio Vaticano II ha messo in risalto, come forse mai prima di allora, questa dimensione misterica e comunionale della Chiesa.

Il Santo Padre Giovanni Paolo II nell'esortazione apostolica "Vita consacrata" del 1996, dice ai nn. 41-42:

Capitolo II: Segno di comunione nella Chiesa - Ad immagine della Trinità

41. Il Signore Gesù nella sua vita terrena chiamò quelli che Egli volle, per tenerli accanto a sé e formarli a vivere sul suo esempio per il Padre e per la missione da Lui ricevuta (cfr Mc 3, 13-15). Egli inaugurava così quella nuova famiglia della quale avrebbero fatto parte nel corso dei secoli quanti sarebbero stati pronti a «compiere la volontà di Dio» (cfr Mc 3, 32-35). Dopo l'Ascensione, per effetto del dono dello Spirito, si costituì intorno agli Apostoli una comunità fraterna raccolta nella lode di Dio e in una concreta esperienza di comunione (cfr At 2, 42-47; 4, 32-35). La vita di tale comunità e, più ancora, l'esperienza di piena condivisione con Cristo vissuta dai Dodici, sono state costantemente il modello a cui la Chiesa si è ispirata, quando ha voluto rivivere il fervore delle origini e riprendere con rinnovato vigore evangelico il suo cammino nella storia. In realtà, la Chiesa è essenzialmente mistero di comunione, «popolo adunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». La vita fraterna intende rispecchiare la profondità e la ricchezza di tale mistero, configurandosi come spazio umano abitato dalla Trinità, che estende così nella storia i doni della comunione propri delle tre Persone divine. Molti sono, nella vita ecclesiale, gli ambiti e le modalità in cui s'esprime la comunione fraterna. La vita consacrata ha sicuramente il merito di aver efficacemente contribuito a tener viva nella Chiesa l'esigenza della fraternità come confessione della Trinità. Con la costante promozione dell'amore fraterno anche nella forma della vita comune, essa ha rivelato che la partecipazione alla comunione trinitaria può cambiare i rapporti umani, creando un nuovo tipo di solidarietà. In questo modo essa addita agli uomini sia la bellezza della comunione fraterna, sia le vie che ad essa concretamente conducono. Le persone consacrate, infatti, vivono «per» Dio e «di» Dio, e proprio per questo possono confessare la potenza dell'azione riconciliatrice della grazia, che abbatte i dinamismi disgregatori presenti nel cuore dell'uomo e nei rapporti sociali.

Vita fraterna nell'amore

42. La vita fraterna, intesa come vita condivisa nell'amore, è segno eloquente della comunione ecclesiale. Essa viene coltivata con particolare cura dagli Istituti religiosi e dalle Società di vita apostolica, ove acquista speciale significato la vita in comunità. Ma la dimensione della comunione fraterna non è estranea né agli Istituti Secolari né alle stesse forme individuali di vita consacrata. Gli eremiti, nella profondità della loro solitudine, non solo non si sottraggono alla comunione ecclesiale, ma la servono con il loro specifico carisma contemplativo; le vergini consacrate nel secolo attuano la loro consacrazione in uno speciale rapporto di comunione con la Chiesa particolare e universale. Similmente le vedove e i vedovi consacrati. Tutte queste persone, in attuazione del discepolato evangelico, si impegnano a vivere il «comandamento nuovo» del Signore, amandosi gli uni gli altri come Egli ci ha amati (cfr Gv 13, 34). L'amore ha portato Cristo al dono di sé fino al sacrificio supremo della Croce. Anche tra i suoi discepoli non c'è unità vera senza questo amore reciproco incondizionato, che esige disponibilità al servizio senza risparmio di energie, prontezza ad accogliere l'altro così com'è senza «giudicarlo» (cfr Mt 7, 1-2), capacità di perdonare anche «settanta volte sette» (Mt 18, 22). Per le persone consacrate, rese «un cuore solo e un'anima sola» (At 4, 32) da questo amore riversato nei cuori dallo Spirito Santo (cfr Rm 5, 5), diventa un'esigenza interiore porre tutto in comune: beni materiali ed esperienze spirituali, talenti e ispirazioni, così come ideali apostolici e servizio caritativo: «Nella vita comunitaria l'energia dello Spirito che è in uno passa contemporaneamente a tutti. Qui non solo si fruisce del proprio dono, ma lo si moltiplica nel farne parte ad altri e si gode del frutto del dono altrui come del proprio». Nella vita di comunità, poi, deve farsi in qualche modo tangibile che la comunione fraterna, prima d'essere strumento per una determinata missione, è spazio teologale in cui si può sperimentare la mistica presenza del Signore risorto (cfr Mt 18, 20). Questo avviene grazie all'amore reciproco di quanti compongono la comunità, un amore alimentato dalla Parola e dall'Eucaristia, purificato nel Sacramento della Riconciliazione, sostenuto dall'implorazione dell'unità, speciale dono dello Spirito per coloro che si pongono in obbediente ascolto del Vangelo. E' proprio Lui, lo Spirito, ad introdurre l'anima alla comunione col Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo (cfr 1 Gv 1, 3), comunione nella quale è la sorgente della vita fraterna. Dallo Spirito le comunità di vita consacrata sono guidate nell'adempimento della loro missione di servizio alla Chiesa e all'intera umanità, secondo la propria ispirazione originaria. In questa prospettiva, particolare importanza rivestono i «Capitoli» (o riunioni analoghe), sia particolari che generali, nelle quali ogni Istituto è chiamato ad eleggere i Superiori o le Superiore secondo le norme stabilite dalle proprie Costituzioni, e a discernere, alla luce dello Spirito, le modalità adeguate per custodire e rendere attuale, nelle diverse situazioni storiche e culturali, il proprio carisma ed il proprio patrimonio spirituale.

Sentire cum Ecclesia

46. Un grande compito è affidato alla vita consacrata anche alla luce della dottrina sulla Chiesa-comunione, con tanto vigore proposta dal Concilio Vaticano II. Alle persone consacrate si chiede di essere davvero esperte di comunione e di praticarne la spiritualità,come «testimoni e artefici di quel "progetto di comunione" che sta al vertice della storia dell'uomo secondo Dio». Il senso della comunione ecclesiale, sviluppandosi in spiritualità di comunione, promuove un modo di pensare, parlare ed agire che fa crescere in profondità e in estensione la Chiesa. La vita di comunione, infatti, «diventa un segno per il mondo e una forza attrattiva che conduce a credere in Cristo [...]. In tal modo la comunione si apre alla missione, si fa essa stessa missione», anzi «la comunione genera comunione e si configura essenzialmente come comunione missionaria». Nei fondatori e nelle fondatrici appare sempre vivo il senso della Chiesa, che si manifesta nella loro partecipazione piena alla vita ecclesiale in tutte le sue dimensioni e nella pronta obbedienza ai Pastori, specialmente al Romano Pontefice. In questo orizzonte di amore verso la Santa Chiesa, «colonna e sostegno della verità» (1 Tm 3, 15), ben si comprendono la devozione di Francesco d'Assisi per «il Signor Papa», l'intraprendenza filiale di Caterina da Siena verso colui che ella chiama «dolce Cristo in terra», l'obbedienza apostolica e il sentire cum Ecclesia di Ignazio di Loyola, la gioiosa professione di fede di Teresa di Gesù: «Sono figlia della Chiesa». Si comprende anche l'anelito di Teresa di Lisieux: «Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l'amore». Simili testimonianze sono rappresentative della piena comunione ecclesiale che santi e sante, fondatori e fondatrici, hanno condiviso in epoche e circostanze fra loro diverse e spesso molto difficili. Sono esempi ai quali le persone consacrate devono fare costante riferimento, per resistere alle spinte centrifughe e disgregatrici, oggi particolarmente attive. Un aspetto qualificante di questa comunione ecclesiale è l'adesione di mente e di cuore al magistero dei Vescovi, che va vissuta con lealtà e testimoniata con chiarezza davanti al Popolo di Dio da parte di tutte le persone consacrate, particolarmente da quelle impegnate nella ricerca teologica e nell'insegnamento, nelle pubblicazioni, nella catechesi, nell'uso dei mezzi di comunicazione sociale. Poiché le persone consacrate occupano un posto speciale nella Chiesa, il loro atteggiamento a questo proposito ha grande rilievo per l'intero Popolo di Dio. Dalla loro testimonianza di amore filiale trae forza ed incisività la loro azione apostolica che, nel quadro della missione profetica di tutti i battezzati, si qualifica in genere per compiti di speciale collaborazione con l'ordine gerarchico. In questo modo, con la ricchezza dei loro carismi essi danno uno specifico contributo, perché la Chiesa realizzi sempre più profondamente la sua natura di sacramento «dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano».

4. COMUNIONE COME VIA DI SANTITÀ COMUNITARIA DA SCOPRIRE E DA ASSUMERE

Amedeo Cencini nel libro "Come rugiada dell’Ermon", sottolinea:

La prima delle tre parti in cui si divide il documento della Congregazione dei religiosi sulla vita fraterna, reca come titolo: Il dono della comunione e della comunità. Intende sottolineare una verità essenziale: la comunità, prima di essere un progetto umano, fa parte del progetto di Dio, che vuole comunicare la sua vita di comunione (VFC 7), dunque la vita fraterna in comune è dono di Dio. L'espressione è classica, appartiene al vecchio dizionario spirituale delle cose note e dette un'infinità di volte che, da un lato, presumiamo di sapere e, dall 'altro, stentiamo a tradurre in novità di linguaggio e di vita. Il testo del dicastero vaticano compie questo tentativo di aggiornamento e al contempo combatte quella presunzione che ci rende oggi sempre più insensibili e apatici (e meno fratelli), scegliendo come chiave interpretativa della fraternità religiosa la categoria del mistero. Ciò è detto chiaramente proprio in apertura della prima patte: « Non si può comprendere ... la comunità religiosa senza partire dal suo essere dono dall'Alto, dal suo mistero, dal suo radicarsi nel cuore stesso della Trinità santa e santificante, che la vuole parte del mistero della Chiesa, per la vita del mondo» (VFC 8).

Dono, mistero, origine trinitaria, appartenenza ecclesiale, destinazione mondana: ecco la santità della comunità e il suo percorso. Come qualcosa che è già dato e che pur si deve compiere, qualcosa di nascosto che va svelato, qualcosa di regalato e conquistato al tempo stesso . In fondo è una promessa di Gesù: « dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). È davvero strano che questa santità promessa dalla parola di Dio, e quindi sicura, venga poi di fatto sottovalutata, un po' emarginata, considerata debole, dimenticata o tirata fuori solo per sottolineare l'importanza dell'orazione comunitaria o la potenza della preghiera di intercessione. L'individualismo spirituale crede poco alla santità comunitaria; semmai crede più ai suoi muscoli (spirituali), e sorride scettico dinanzi al mistero di questo dono. Cerchiamo, allora, di analizzare con ordine gli elementi architettonici - per così dire - di questa costruzione che deve crescere ben ordinata e santificata in Cristo, pietra angolare dell'edificio delle nostre fraternità (cfr. Ef 2,20-22). Una progressione di dati, offertici anche dal testo che stiamo analizzando, ci può aiutare in questo tentativo. Vorremmo, in tal modo, porre le basi di una prospettiva teorico-pratica non più esposta ai dubbi e alibi precedentemente visti (l'altro come diverso, l'altro come peccatore), e che non si accontenta di rispondere a essi (come abbiamo fatto nei capitoli II e III della prima parte), ma che invece sostiene con forza e in modo propositiva la visione strutturale della santità comunitaria.

DATO TEOLOGICO: «IN MEZZO A LORO»

Le parole di Gesù in Mt 18,20 - «dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» - sembrano proprio costituire la premessa e la promessa della santità della comunità. santità garantita dalla presenza di Cristo che si pone «in mezzo» tra l'uno e l'altro nella comunità, non appartiene a nessuno, ma è di tutti, a significare una santità che non è privata, ma nasce dal fatto di «stare insieme », di «essere riuniti nel suo nome », e dunque è comunitaria proprio perché legata per natura sua e fin dalla sua origine al fatto di essere comunità; è comunitaria perché il singolo non può contenere la santità di Dio, che invece trova più naturale dimora e confortevole accoglienza nell'ambito della comunità intera. Ed è santità vera e propria perché la presenza di Cristo e del suo spirito è la garanzia più forte di santità, di una santità che viene da Dio, non da noi, ed è consegnata al gruppo di credenti, prima ancora che ai singoli, come dono non solo da custodire, bensì da sviluppare, sempre tutti assieme. Il documento sulla Vita fraterna in comunità ci aiuta a ripercorrere t in qualche modo, la storia e a ritrovare il senso di questo progetto di santità, ponendoci anzitutto dinanzi una verità teologica che è a fondamento di ogni discorso sulla comunità. Dio ha creato l'uomo per la comunione, anzi la più alta vocazione dell'uomo è quella di « entrare in comunione con Dio e con gli altri uomini suoi fratelli» (VFC 9). Quando l'uomo ha compromesso col peccato questo progetto di comunione, il Figlio lo ha ristabilito con la sua morte di croce, insegnandoci, al tempo stesso, che« la comunione e l'unità sono il frutto della condivisione del suo mistero di morte » (VFC 9). Come dire: la comunità e l'unione sono un dono, ma un dono « a caro prezzo », da un lato, e già posto al sicuro , dall'altro (È il senso dell'affermazione di Bonhoeffer: « Dio ci ha uniti in un solo corpo in Gesù Cristo, molto prima che noi entrassimo a far parte di una comunità con altri cristiani» (D. Bonhoeffer, La vita comune, Brescia 1972, p. 55).un dono che passa necessariamente attraverso il sacrificio del Figlio, ed è accolto con riconoscenza e condiviso da chi intende realizzare quel progetto di fraternità. Dunque all'origine della comunità c'è un sacrificio, quello del Figlio che, con la sua morte, ha abbattuto quel muro interno anzitutto al cuore umano, e anche a ogni relazione: muro che divideva un uomo dall'altro rendendo estraneo l'uno all'altro e impossibile la convivenza. La nostra fraternità, in altre parole, è fondata su un corpo che si è spezzato per costituirci in unità. È una fraternità «messa al sicuro» proprio da questo sacrificio, cioè da esso «santificata». E proprio per questo dovrà conoscere, in qualche modo, quella stessa logica di morte e di risurrezione, di fallimento umano di certi sogni di fraternità, perché sia evidente che solo Dio la edifica, perché sia evidente quel mistero di santità che costituisce la natura e la vocazione di ogni convivenza di cristiani e tanto più di consacrati.

La comunità religiosa è costruita su questo dato teologico: come dire, c'è una santità che la costituisce fin da ora nell'essere, come uno zoccolo duro e puro che la sorregge e che nessuno potrà toglierle; santità che sgorga da ciò che Dio ha già fatto per essa e che la precede, santità nascosta e pure visibile da chi ha imparato a leggere il bene attorno a sé. Ovviamente, chi pone il suo io all'origine di tutto e confonde la santità con la conquista delle proprie virtù, come cosa di cui si appropria grazie ai propri sforzi e ai propri meriti , farà molta fatica a entrare nella logica della santità come dono di Dio, e come dono che il Dio-Trinità fa anzitutto a una comunità di credenti riuniti nel suo nome, ponendosi « in mezzo a loro ». Come dire: chi non accoglie questo mistero di morte (dell'io, in ultima analisi) all'origine della vita, si pone subito fuori di essa e non costruisce comunione né riconosce santità alcuna, al di fuori di quella, debole, da lui « prodotta».

DATO STORICO: «SIAMO FIGLI DI SANTI»

DATO CARISMATICO: LA STESSA SANTITÀ

Ma c'è anche un altro dato, strettamente legato alla natura della vita consacrata e dell'evento comunitario, e che abbiamo già ricordato all'inizio di questa trattazione, per cui ora vi accenneremo appena (Vedi il cap . l della Parte prima, al par . Il carisma, via comunitaria per lo santità di tutti). Si può parlare di santità comunitaria perché di fatto l'obiettivo verso cui si tende in una fraternità è lo stesso, è già definito ed è stato liberamente e responsabilmente scelto da ogni singolo consacrato, ovvero è il carisma. Condividere lo stesso carisma vuol dire avere in comune l'Identico "ideale di santità, rivelato dallo spirito"di Dio alla persona del fondatore/fondatrice, e "giunto a noi attraverso la fedeltà-santità di tanti fratelli/sorelle che in quel carisma hanno riconosciuto la loro identità, consentendo anche a noi di riconoscervi la nostra. Condividere lo stesso carisma non significa solo tendere verso un generico obiettivo comune (ad esempio, l'unione con Dio o la perfezione della carità), a ritrovarsi a camminare sulla stessa strada da che conduce a un preciso traguardo, adottare lo stesso metodo, essere chiamati a vivere la medesima esperienza spirituale, lasciarsi condurre dall'identica pedagogia divina : carisma è tutto questo. Allora la santità non può che essere comunitaria, segnata dallo stesso itinerario, ben formulato dalla Regola e dalla Ratio formationis, ove ognuno riconosce la strada comune, un progetto pensato da Dio e dunque vincolante, qualcosa che precede gusti e tendenze individuali, una volta fatta la scelta di un determinato istituto. Questo ci fa capire l'importanza, tra l'altro, che una famiglia religiosa definisca con la maggior precisione possibile non solo il contenuto teorico e ideale del proprio carisma, nelle sue varie componenti (esperienza mistica, cammino ascetico, obiettivo apostolico, senso di identità e di appartenenza), ma anche la pedagogia di esso, il metodo per giungere a interiorizzarlo e viverlo. Là dove non avviene questa traduzione pedagogico-metodologica, il carisma comincia piano piano a perdere la sua funzione strategica di guida per il cammino comunitario di santità; e lì, fatalmente, si apre lo spazio per le avventure degli individualisti dello spirito, per gli aspiranti alla perfezione individuale. Se il concetto di santità comunitaria sottolinea per natura sua la centralità del carisma, quando si perde la dimensione comunitaria nella tensione di santità, lì anche il carisma smarrisce un po' alla volta la sua posizione centrale in una comunità, e viceversa. Ma se ciò non avviene e il dono dello Spirito continua a indicare la via per la santità di tutti, alla comunità e il vivere in comunità è dono per il singolo perché è il luogo teologico, l'ambito normale entro il quale il consacrato continua a ricevere i doni di Dio e matura la sua esperienza del Padre secondo lo spirito specifico dell'istituto (VFC 24); sono dono prezioso i fratelli e le sorelle che compongono la comunità, perché là volontà di Dio si rivela misteriosamente in ciascuno di essi e attraverso la loro umanità, con i pregi e i limiti, le virtù e le debolezze che ognuno porta con sé (VFC 40a); è dono crescere e santificarsi assieme, sorretti dalla fede altrui e facendosi ognuno carico del peso dell'altro; è dono, in particolare, sperimentare la morte e la risurrezione delle nostre comunità, perché in ogni morte si spezza e si esaurisce anche il disegno solo umano, le nostre pretese perfezioniste e pagane di comunità, ove il rigore dell'ideale altissimo (in realtà altamente gratificante certe nostre pretese) si sposa con la mancanza di memoria credente - di quel che Dio ha già fatto in Cristo. Perché in ogni risurrezione possiamo verificare e attualizzare il dato teologico, per comprendere che non siamo noi a far vivere le nostre comunità, ma Dio solo, attraverso quella riconciliazione già compiuta nella pasqua del Figlio. Mistero grande!

DATO ANTROPOLOGICO: LA SANTITÀ DELLA RELAZIONE

L'uomo è fatto per la relazione, nasce grazie a una relazione e si trova subito inserito in una rete di rapporti, impara a vivere relazionandosi con l'esterno; non solo tutta la sua vita è intessuta di relazioni, ma la qualità del suo vivere è legata alla qualità del suo relazionarsi; a volte forse si difenderà dalla relazione, ma in ogni caso, alla lunga, non ne potrà fare a meno. È interessante al riguardo la distinzione di R. Hostie, secondo il quale la vita di una comunità dovrebbe essere organizzata secondo tre tipi di rapporto: primari, secondari e terziari.

Vi sono, anzitutto, le relazioni primarie, tipiche della vita di famiglia, dei rapporti fraterni e di amicizia; relazioni che in qualche modo sorgono spontanee, determinate come sono dalla natura o dall'attrazione istintiva, e che rappresentano – e gratificano - la dimensione affettiva dell'essere umano, una dimensione assolutamente fondamentale anche per chi si consacra al Dio dell'amore e dell'amicizia. Il pericolo, per una persona, è limitare i rapporti a quelli che rientrano in questo tipo di relazioni: spontanee e facili.

Le relazioni secondarie fanno invece riferimento al ruolo, alla funzione e al compito che uno esercita nella vita, determinato dalla professione scelta (o tipo di lavoro) o dall'incarico ricevuto da altri o dalla collettività (come può essere il ruolo di autorità). Sono relazioni oggettive e al limite impersonali, perché in forza di tale tipo di rapporto ci si pone in relazione con il ruolo o con ciò che l'altro rappresenta, più che con la persona che svolge quel ruolo. Tali relazioni seguono un certo codice comportamentale strettamente legato proprio al ruolo che la persona riveste. Il rischio è che tale interpretazione sia rigida (per cui, ad esempio, il superiore è colui che decide e l'altro è colui che esegue; ancora: certe cose «toccano alla superiora» e così via) con il risultato che la relazione miri più al compimento di determinati progetti che alle persone implicate. Nelle comunità esiste anche il pericolo che le relazioni possano essere valutate in termini di efficienza e di tornaconto personale, o che uno possa ritenersi soddisfatto quando ha rispettato quel certo codice di comportamento sociale, come bastasse il galateo per vivere insieme.

Le relazioni terziarie, infine, fanno riferimento ai valori, ai motivi ideali per cui si è "insieme" e si sceglie di stare insieme. Nella v.c,"tali valori sono rappresentati dalle grandi motivazioni che il consacrato ha posto liberamente e responsabilmente alla base della sua opzione di consacrazione. Ora in una comunità si possono vivere assieme questi tre tipi di relazioni, ma è necessario che vi

sia un certo equilibrio tra di essi. Non basta certo stabilire relazioni o formare comunità solo sulla base dell'attrazione spontanea (relazioni primarie), né è sufficiente vivere le relazioni interpersonali solo a partire dai vari ruoli che sono ricoperti dalle persone (relazioni secondarie); è necessario giungere a vivere il rapporto in forza degli ideali che sono al centro della vita del consacrato, dunque mettendo Cristo e il suo vangelo al centro della dinamica interpersonale che, proprio grazie a questo elemento posto al suo centro, diviene capace di aprirsi a molti, anche a chi si sente diverso e lontano, tutti abbracciando in un unico vincolo fraterno (relazioni terziarie) II. I l Cfr. R. Hostie, Com unità, in G. Pelliccia - G. Rocca (edd .), Dizionario degli istituti di perfezione, II , Roma 1975, pp. 1377-1379; inoltre L.Guccìni , Alla ricerca di una sintesi. La comunità religiosa apostolica, in Dove va lo vita consacrata, Bologna 1996, pp. 131-133.

D'altronde è inoltre importante che la relazione interpersonale comunitaria non sia semplicemente

qualcosa di «spirituale », che presuma di poter fare a meno dei sentimenti; ma sia vissuta e sentita

anche come appagante, come luogo e momento di espressione della propria affettività, come luogo di incontro con fratelli che si ritrovano simili fra di loro al di là di tutte le differenze; e non presuma nemmeno di livellare tutte le relazioni, come non vi fossero più articolazioni di ruoli e competenze nella comunità, ma rispetti e tenga conto della diversità delle funzioni all'interno di essa, perché ognuno sia se stesso e la comunità sia di tutti e per tutti, frutto della ricchezza e complementarità di relazioni.

Santità comunitaria vuol dire proprio questo equilibrio tra i tre tipi di relazioni: un equilibrio tipicamente umano, importante per il benessere generale della persona ai vari livelli della vita psichica, e condizione per spingere il discorso più in alto, verso un equilibrio che non è più solo umano, ma frutto dello Spirito di Dio, che è la relazione per eccellenza e cerca la comunione con ogni essere. In forza di questo equilibrio santificante la comunità religiosa può ritrovare il suo modello autentico esistenziale, che non potrà essere semplicemente quello familiare - dove i ruoli e le dinamiche sono diversi - e neppure solo quello amicale - dove bisogna per forza piacersi l'un l'altro -; tanto meno quello dell'albergo, dove ognuno può fare a meno dell'altro perché il suo cuore è altrove, ma nemmeno quello di un gruppo societario che struttura le relazioni per giungere al massimo rendimento o che assomiglia a una società segreta dove le relazioni sono nascoste e poco trasparenti, o inautentiche se non addirittura false, forzate, forzatamente positive o semplicemente assenti. Il modello della comunità religiosa va ricercato nell' esperienza di «coloro che seguivano Gesù» (Mc 1,18passim), è l'apostolica vivendi forma delle origini. Esperienza segnata da una relazione che si pone sempre più al centro della vita, con Colui che unico ha le parole della vita, e dal quale traggono senso tutte le altre relazioni, fra i discepoli stessi,e tra loro e il mondo circostante. A questo punto la relazione diviene strada di santità, strada lungo la quale la comunità costruisce lentamente la propria santità. Come la strada di Emmaus, dove la relazione tra due discepoli diviene il luogo dell'incontro con il Signore risorto e dell'ascolto della sua parola, luogo dove arde il cuore e nasce la preghiera, luogo dove egli spezza il pane e si fa riconoscere, luogo donde riparte una missione sempre nuova per annunciare ai fratelli il Dio della relazione e dire a tutti che « dove due amici si incontrano, Dio gli fa da terzo ». È importante tuttavia vedere in concreto come passare dal mistero del dono divino al ministero dell'edificazione della fraternità

Nella Veglia di Pentecoste, nell'incontro con i movimenti e le nuove comunità del 30 maggio 1998 Giovanni Paolo II

4. Alla Chiesa che, secondo i Padri, è il luogo «dove fiorisce lo Spirito» (CCC 749), il Consolatore ha donato di recente con il Concilio Ecumenico Vaticano II una rinnovata Pentecoste, suscitando un dinamismo nuovo ed imprevisto.

Sempre, quando interviene, lo Spirito lascia stupefatti. Suscita eventi la cui novità sbalordisce; cambia radicalmente le persone e la storia. Questa è stata l'esperienza indimenticabile del Concilio Ecumenico Vaticano II, durante il quale, sotto la guida del medesimo Spirito, la Chiesa ha riscoperto come costitutiva di se stessa la dimensione carismatica: «Lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, e ad adornarlo di virtù, ma "distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui" (1 Cor 12, 11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali... utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa» (Lumen gentium, 12).

L'aspetto istituzionale e quello carismatico sono quasi co-essenziali alla costituzione della Chiesa e concorrono, anche se in modo diverso, alla sua vita, al suo rinnovamento ed alla santificazione del Popolo di Dio. E' da questa provvidenziale riscoperta della dimensione carismatica della Chiesa che, prima e dopo il Concilio, si è affermata una singolare linea di sviluppo dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità.

5. Oggi la Chiesa gioisce nel constatare il rinnovato avverarsi delle parole del profeta Gioele, che poc'anzi abbiamo ascoltato: «Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona... » (At 2, 17). Voi qui presenti siete la prova tangibile di questa "effusione" dello Spirito. Ogni movimento differisce dall'altro, ma tutti sono uniti nella stessa comunione e per la stessa missione. Alcuni carismi suscitati dallo Spirito irrompono come vento impetuoso, che afferra e trascina le persone verso nuovi cammini di impegno missionario al servizio radicale del Vangelo, proclamando senza pausa le verità della fede, accogliendo come dono il flusso vivo della tradizione e suscitando in ciascuno l'ardente desiderio della santità.

Oggi, a tutti voi riuniti qui in Piazza San Pietro e a tutti i cristiani, voglio gridare: Apritevi con docilità ai doni dello Spirito! Accogliete con gratitudine e obbedienza i carismi che lo Spirito non cessa di elargire! Non dimenticate che ogni carisma è dato per il bene comune, cioè a beneficio di tutta la Chiesa!

6. Per loro natura, i carismi sono comunicativi e fanno nascere quell'«affinità spirituale tra le persone» (cfr Chistifideles laici, 24) e quell'amicizia in Cristo che dà origine ai "movimenti". Il passaggio dal carisma originario al movimento avviene per la misteriosa attrattiva esercitata dal Fondatore su quanti si lasciano coinvolgere nella sua esperienza spirituale. In tal modo i movimenti riconosciuti ufficialmente dall'autorità ecclesiastica si propongono come forme di auto-realizzazione e riflessi dell'unica Chiesa.

La loro nascita e diffusione ha recato nella vita della Chiesa una novità inattesa, e talora persino dirompente. Ciò non ha mancato di suscitare interrogativi, disagi e tensioni; talora ha comportato presunzioni ed intemperanze da un lato, e non pochi pregiudizi e riserve dall'altro. E' stato un periodo di prova per la loro fedeltà, un'occasione importante per verificare la genuinità dei loro carismi.

Oggi dinanzi a voi si apre una tappa nuova: quella della maturità ecclesiale. Ciò non vuol dire che tutti i problemi siano stati risolti. E', piuttosto, una sfida. Una via da percorrere. La Chiesa si aspetta da voi frutti "maturi" di comunione e di impegno

Nella lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte, del 6 gennaio 2001, Giovanni Paolo II così si esprime:

IV -TESTIMONI DELL'AMORE

42. « Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri » (Gv 13,35). Se abbiamo veramente contemplato il volto di Cristo, carissimi Fratelli e Sorelle, la nostra programmazione pastorale non potrà non ispirarsi al « comandamento nuovo » che egli ci ha dato: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).

È l'altro grande ambito in cui occorrerà esprimere un deciso impegno programmatico, a livello di Chiesa universale e di Chiese particolari: quello della comunione (koinonìa) che incarna e manifesta l'essenza stessa del mistero della Chiesa. La comunione è il frutto e la manifestazione di quell'amore che, sgorgando dal cuore dell'eterno Padre, si riversa in noi attraverso lo Spirito che Gesù ci dona (cfr Rm 5,5), per fare di tutti noi « un cuore solo e un'anima sola » (At 4,32). È realizzando questa comunione di amore che la Chiesa si manifesta come « sacramento », ossia «segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano».26

Le parole del Signore, a questo proposito, sono troppo precise per poterne ridurre la portata. Tante cose, anche nel nuovo secolo, saranno necessarie per il cammino storico della Chiesa; ma se mancherà la carità (agape), tutto sarà inutile. È lo stesso apostolo Paolo a ricordarcelo nell'inno alla carità: se anche parlassimo le lingue degli uomini e degli angeli, e avessimo una fede « da trasportare le montagne », ma poi mancassimo della carità, tutto sarebbe « nulla » (cfr 1 Cor 13,2). La carità è davvero il « cuore » della Chiesa, come aveva ben intuito santa Teresa di Lisieux, che ho voluto proclamare Dottore della Chiesa proprio come esperta della scientia amoris: «Capii che la Chiesa aveva un Cuore e che questo Cuore era acceso d'Amore. Capii che solo l'Amore faceva agire le membra della Chiesa [...] Capii che l'Amore racchiudeva tutte le Vocazioni, che l'Amore era tutto».27

Una spiritualità di comunione

43. Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo.

Che cosa significa questo in concreto? Anche qui il discorso potrebbe farsi immediatamente operativo, ma sarebbe sbagliato assecondare simile impulso. Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell'altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell'unità profonda del Corpo mistico, dunque, come « uno che mi appartiene », per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c'è nell'altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un « dono per me », oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper « fare spazio » al fratello, portando « i pesi gli uni degli altri » (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita.

44. Su questa base, il nuovo secolo dovrà vederci impegnati più che mai a valorizzare e sviluppare quegli ambiti e strumenti che, secondo le grandi direttive del Concilio Vaticano II, servono ad assicurare e garantire la comunione. Come non pensare, innanzitutto, a quegli specifici servizi alla comunione che sono il ministero petrino, e, in stretta relazione con esso, la collegialità episcopale? Si tratta di realtà che hanno il loro fondamento e la loro consistenza nel disegno stesso di Cristo sulla Chiesa,28 ma proprio per questo bisognose di una continua verifica che ne assicuri l'autentica ispirazione evangelica.

Molto si è fatto dal Concilio Vaticano II in poi anche per quanto riguarda la riforma della Curia romana, l'organizzazione dei Sinodi, il funzionamento delle Conferenze episcopali. Ma certamente molto resta da fare, per esprimere al meglio le potenzialità di questi strumenti della comunione, oggi particolarmente necessari di fronte all'esigenza di rispondere con prontezza ed efficacia ai problemi che la Chiesa deve affrontare nei cambiamenti così rapidi del nostro tempo.

Nell'enciclica di Benedetto XVI, Deus Caritas est, del 25 dicembre 2005:

La carità della Chiesa come manifestazione dell'amore trinitario

19. «Se vedi la carità, vedi la Trinità» scriveva sant'Agostino [11]. Nelle riflessioni che precedono, abbiamo potuto fissare il nostro sguardo sul Trafitto (cfr Gv 19, 37; Zc 12, 10), riconoscendo il disegno del Padre che, mosso dall'amore (cfr Gv 3, 16), ha inviato il Figlio unigenito nel mondo per redimere l'uomo. Morendo sulla croce, Gesù — come riferisce l'evangelista — « emise lo spirito » (cfr Gv 19, 30), preludio di quel dono dello Spirito Santo che Egli avrebbe realizzato dopo la risurrezione (cfr Gv 20, 22). Si sarebbe attuata così la promessa dei « fiumi di acqua viva » che, grazie all'effusione dello Spirito, sarebbero sgorgati dal cuore dei credenti (cfr Gv 7, 38-39). Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il loro cuore col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati Lui, quando si è curvato a lavare i piedi dei discepoli (cfr Gv 13, 1-13) e soprattutto quando ha donato la sua vita per tutti (cfr Gv 13, 1; 15, 13).

Lo Spirito è anche forza che trasforma il cuore della Comunità ecclesiale, affinché sia nel mondo testimone dell'amore del Padre, che vuole fare dell'umanità, nel suo Figlio, un'unica famiglia. Tutta l'attività della Chiesa è espressione di un amore che cerca il bene integrale dell'uomo: cerca la sua evangelizzazione mediante la Parola e i Sacramenti, impresa tante volte eroica nelle sue realizzazioni storiche; e cerca la sua promozione nei vari ambiti della vita e dell'attività umana. Amore è pertanto il servizio che la Chiesa svolge per venire costantemente incontro alle sofferenze e ai bisogni, anche materiali, degli uomini. È su questo aspetto, su questo servizio della carità, che desidero soffermarmi in questa seconda parte dell'Enciclica.

5. UNA SANTITÀ CHE PASSA PER LA RELAZIONE, CHE SANTIFICA LA RELAZIONE.

Nell'Enciclica, Spe Salvi, del 30 novembre 2007, Benedetto XVI ricorda come la speranza passa per un amore al fratello perché tutti si salvino:

La speranza cristiana è individualistica?

13. Nel corso della loro storia, i cristiani hanno cercato di tradurre questo sapere che non sa in figure rappresentabili, sviluppando immagini del « cielo » che restano sempre lontane da ciò che, appunto, conosciamo solo negativamente, mediante una non-conoscenza. Tutti questi tentativi di raffigurazione della speranza hanno dato a molti, nel corso dei secoli, lo slancio di vivere in base alla fede e di abbandonare per questo anche i loro « hyparchonta », le sostanze materiali per la loro esistenza. L'autore della Lettera agli Ebrei, nell'undicesimo capitolo ha tracciato una specie di storia di coloro che vivono nella speranza e del loro essere in cammino, una storia che da Abele giunge fino all'epoca sua. Di questo tipo di speranza si è accesa nel tempo moderno una critica sempre più dura: si tratterebbe di puro individualismo, che avrebbe abbandonato il mondo alla sua miseria e si sarebbe rifugiato in una salvezza eterna soltanto privata. Henri de Lubac, nell'introduzione alla sua opera fondamentale « Catholicisme. Aspects sociaux du dogme », ha raccolto alcune voci caratteristiche di questo genere di cui una merita di essere citata: « Ho trovato la gioia? No ... Ho trovato la mia gioia. E ciò è una cosa terribilmente diversa ... La gioia di Gesù può essere individuale. Può appartenere ad una sola persona, ed essa è salva. È nella pace..., per ora e per sempre, ma lei sola. Questa solitudine nella gioia non la turba. Al contrario: lei è, appunto, l'eletta! Nella sua beatitudine attraversa le battaglie con una rosa in mano » [10].

14. Rispetto a ciò, de Lubac, sulla base della teologia dei Padri in tutta la sua vastità, ha potuto mostrare che la salvezza è stata sempre considerata come una realtà comunitaria. La stessa Lettera agli Ebrei parla di una « città » (cfr 11,10.16; 12,22; 13,14) e quindi di una salvezza comunitaria. Coerentemente, il peccato viene compreso dai Padri come distruzione dell'unità del genere umano, come frazionamento e divisione. Babele, il luogo della confusione delle lingue e della separazione, si rivela come espressione di ciò che in radice è il peccato. E così la « redenzione » appare proprio come il ristabilimento dell'unità, in cui ci ritroviamo di nuovo insieme in un'unione che si delinea nella comunità mondiale dei credenti. Non è necessario che ci occupiamo qui di tutti i testi, in cui appare il carattere comunitario della speranza. Rimaniamo con la Lettera a Proba in cui Agostino tenta di illustrare un po' questa sconosciuta conosciuta realtà di cui siamo alla ricerca. Lo spunto da cui parte è semplicemente l'espressione « vita beata [felice] ». Poi cita il Salmo 144 [143],15: « Beato il popolo il cui Dio è il Signore ». E continua: « Per poter appartenere a questo popolo e giungere [...] alla vita perenne con Dio, "il fine del precetto è l'amore che viene da un cuore puro, da una coscienza buona e da una fede sincera" (1 Tim 1,5) » [11]. Questa vita vera, verso la quale sempre cerchiamo di protenderci, è legata all'essere nell'unione esistenziale con un « popolo » e può realizzarsi per ogni singolo solo all'interno di questo « noi ». Essa presuppone, appunto, l'esodo dalla prigionia del proprio « io », perché solo nell'apertura di questo soggetto universale si apre anche lo sguardo sulla fonte della gioia, sull'amore stesso – su Dio.

Nel documento della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le societá di vita apostolica nell'istruzione "Il servizio dell'autorità e l'obbedienza "Faciem tuam, Domine, requiram" « Fa' splendere il tuo volto e noi saremo salvi » (Sl 79,4), 11 maggio del 2008

Per una spiritualità di comunione e per una santità comunitaria

19. Una rinnovata concezione antropologica, in questi ultimi anni, ha messo molto più in evidenza l'importanza della dimensione relazionale dell'essere umano. Tale concezione trova ampie conferme nell'immagine di persona umana che emerge dalle Scritture, e, senza dubbio, ha influito anche sul modo di concepire la relazione all'interno della comunità religiosa, rendendola più attenta al valore dell'apertura all'altro- da-sé, alla fecondità del rapporto con la diversità e all'arricchimento che ne deriva ad ognuno.

Tale antropologia relazionale ha pure esercitato un influsso almeno indiretto, come abbiamo già ricordato, sulla spiritualità di comunione, e ha contribuito a rinnovare il concetto di missione, intesa come impegno condiviso con tutti i membri del popolo di Dio, in uno spirito di collaborazione e corresponsabilità. La spiritualità di comunione si prospetta come il clima spirituale della Chiesa all'inizio del terzo millennio e dunque come compito attivo ed esemplare della vita consacrata a tutti i livelli. È la strada maestra di un futuro di vita credente e di testimonianza cristiana. Essa trova il suo irrinunciabile riferimento nel mistero eucaristico, sempre più riconosciuto come centrale, proprio perché «l'Eucaristia è costitutiva dell'essere e dell'agire della Chiesa » e « si mostra alla radice della Chiesa come mistero di comunione».49

La santità e la missione passano per la comunità, poiché il Signore risorto si fa presente in essa e attraverso di essa,50 rendendola santa e santificando le relazioni. Non ha forse Gesù promesso di esser presente dove due o tre sono riuniti nel suo nome (cf. Mt 18,20)? Il fratello e la sorella diventano in tal modo sacramento di Cristo e dell'incontro con Dio, possibilità concreta di poter vivere il comandamento dell'amore reciproco. Il cammino di santità diventa così percorso che tutta la comunità compie insieme; non solo cammino del singolo, ma sempre più esperienza comunitaria: nell'accoglienza reciproca; nella condivisione dei doni, soprattutto del dono dell'amore, del perdono e della correzione fraterna; nella comune ricerca della volontà del Signore, ricco di grazia e di misericordia; nella disponibilità a farsi carico ognuno del cammino dell'altro.

Nel clima culturale di oggi la santità comunitaria è testimonianza convincente, forse più ancora di quella del singolo: essa manifesta il perenne valore dell'unità, dono lasciatoci dal Signore Gesù. Ciò si fa evidente, in particolare, nelle comunità internazionali e interculturali che richiedono alti livelli di accoglienza e di dialogo.

Nell’ultima enciclica, Caritas in veritate, il 29 giugno 2009, Benedetto XVI ricorda come l’uomo sia chiamato alla relazione:

Capitolo Quinto - La collaborazione della famiglia umana

53. Una delle più profonde povertà che l'uomo può sperimentare è la solitudine. A ben vedere anche le altre povertà, comprese quelle materiali, nascono dall'isolamento, dal non essere amati o dalla difficoltà di amare. Le povertà spesso sono generate dal rifiuto dell'amore di Dio, da un'originaria tragica chiusura in se medesimo dell'uomo, che pensa di bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante e passeggero, uno « straniero » in un universo costituitosi per caso. L'uomo è alienato quando è solo o si stacca dalla realtà, quando rinuncia a pensare e a credere in un Fondamento [125]. L'umanità intera è alienata quando si affida a progetti solo umani, a ideologie e a utopie false [126]. Oggi l'umanità appare molto più interattiva di ieri: questa maggiore vicinanza si deve trasformare in vera comunione. Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l'uno accanto all'altro [127].

Paolo VI notava che « il mondo soffre per mancanza di pensiero » [128]. L'affermazione contiene una constatazione, ma soprattutto un auspicio: serve un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia; l'interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio, affinché l'integrazione avvenga nel segno della solidarietà [129] piuttosto che della marginalizzazione. Un simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione. Si tratta di un impegno che non può essere svolto dalle sole scienze sociali, in quanto richiede l'apporto di saperi come la metafisica e la teologia, per cogliere in maniera illuminata la dignità trascendente dell'uomo.

La creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l'uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio. L'importanza di tali relazioni diventa quindi fondamentale. Ciò vale anche per i popoli. È, quindi, molto utile al loro sviluppo una visione metafisica della relazione tra le persone. A questo riguardo, la ragione trova ispirazione e orientamento nella rivelazione cristiana, secondo la quale la comunità degli uomini non assorbe in sé la persona annientandone l'autonomia, come accade nelle varie forme di totalitarismo, ma la valorizza ulteriormente, perché il rapporto tra persona e comunità è di un tutto verso un altro tutto [130]. Come la comunità familiare non annulla in sé le persone che la compongono e come la Chiesa stessa valorizza pienamente la "nuova creatura" (Gal 6,15; 2 Cor 5,17) che con il battesimo si inserisce nel suo Corpo vivo, così anche l'unità della famiglia umana non annulla in sé le persone, i popoli e le culture, ma li rende più trasparenti l'uno verso l'altro, maggiormente uniti nelle loro legittime diversità.

54. Il tema dello sviluppo coincide con quello dell'inclusione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell'unica comunità della famiglia umana, che si costruisce nella solidarietà sulla base dei fondamentali valori della giustizia e della pace. Questa prospettiva trova un'illuminazione decisiva nel rapporto tra le Persone della Trinità nell'unica Sostanza divina. La Trinità è assoluta unità, in quanto le tre divine Persone sono relazionalità pura. La trasparenza reciproca tra le Persone divine è piena e il legame dell'una con l'altra totale, perché costituiscono un'assoluta unità e unicità. Dio vuole associare anche noi a questa realtà di comunione: « perché siano come noi una cosa sola » (Gv 17,22). Di questa unità la Chiesa è segno e strumento [131]. Anche le relazioni tra gli uomini lungo la storia non hanno che da trarre vantaggio dal riferimento a questo divino Modello. In particolare, alla luce del mistero rivelato della Trinità si comprende che la vera apertura non significa dispersione centrifuga, ma compenetrazione profonda. Questo risulta anche dalle comuni esperienze umane dell'amore e della verità. Come l'amore sacramentale tra i coniugi li unisce spiritualmente in « una carne sola » (Gn 2,24; Mt 19,5; Ef 5,31) e da due che erano fa di loro un'unità relazionale e reale, analogamente la verità unisce gli spiriti tra loro e li fa pensare all'unisono, attirandoli e unendoli in sé.

55. La rivelazione cristiana sull'unità del genere umano presuppone un'interpretazione metafisica dell'humanum in cui la relazionalità è elemento essenziale. Anche altre culture e altre religioni insegnano la fratellanza e la pace e, quindi, sono di grande importanza per lo sviluppo umano integrale. Non mancano, però, atteggiamenti religiosi e culturali in cui non si assume pienamente il principio dell'amore e della verità e si finisce così per frenare il vero sviluppo umano o addirittura per impedirlo. Il mondo di oggi è attraversato da alcune culture a sfondo religioso, che non impegnano l'uomo alla comunione, ma lo isolano nella ricerca del benessere individuale, limitandosi a gratificarne le attese psicologiche. Anche una certa proliferazione di percorsi religiosi di piccoli gruppi o addirittura di singole persone, e il sincretismo religioso possono essere fattori di dispersione e di disimpegno. Un possibile effetto negativo del processo di globalizzazione è la tendenza a favorire tale sincretismo [132], alimentando forme di "religione" che estraniano le persone le une dalle altre anziché farle incontrare e le allontanano dalla realtà. Contemporaneamente, permangono talora retaggi culturali e religiosi che ingessano la società in caste sociali statiche, in credenze magiche irrispettose della dignità della persona, in atteggiamenti di soggezione a forze occulte. In questi contesti, l'amore e la verità trovano difficoltà ad affermarsi, con danno per l'autentico sviluppo.

Per questo motivo, se è vero, da un lato, che lo sviluppo ha bisogno delle religioni e delle culture dei diversi popoli, resta pure vero, dall'altro, che è necessario un adeguato discernimento. La libertà religiosa non significa indifferentismo religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali [133]. Il discernimento circa il contributo delle culture e delle religioni si rende necessario per la costruzione della comunità sociale nel rispetto del bene comune soprattutto per chi esercita il potere politico. Tale discernimento dovrà basarsi sul criterio della carità e della verità. Siccome è in gioco lo sviluppo delle persone e dei popoli, esso terrà conto della possibilità di emancipazione e di inclusione nell'ottica di una comunità umana veramente universale. « Tutto l'uomo e tutti gli uomini » è criterio per valutare anche le culture e le religioni. Il Cristianesimo, religione del « Dio dal volto umano » [134], porta in se stesso un simile criterio.

L’ICONA DELLA SANTISSIMA TRNITÀ

I personaggi

I tre angeli, perfettamente uguali eppure differenziati, rappresentano un solo Dio in tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. È proprio della Santa Trinità essere una ed indivisibile, nella sua essenza e nelle sue manifestazioni. Conosciamo il Padre attraverso il Figlio: "Chi vede me vede il Padre" (Gv 14,9). Conosciamo il Figlio attraverso lo Spirito: "Nessuno può dire Gesù Cristo è il Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo" (1Cor 12,3). Identici nella fisionomia, essi assumono attitudini e ruoli diversi, messi in risalto dalla loro posizione, dal colore degli abiti e soprattutto dall’atteggiamento che ciascuno manifesta verso gli altri. Gli scettri identici rappresentano, appunto, l’uguaglianza del potere ed il loro colore rosso sottolinea l’amore che li muove.

L’angelo di sinistra identifica la figura del Padre, quello centrale rappresenta il Figlio, mentre l’angelo di destra raffigura lo Spirito Santo. I tre angeli sono in posizione di riposo: mostrano la pace suprema che promana dall’essere in sé, dalla "stasi" che, nel contempo, è autentica "estasi". S. Gregorio di Nissa ben descrive questo mistero: "È il più grande paradosso che stabilità e movimento siano la medesima cosa". I tre sono in dialogo e l’oggetto della loro conversazione potrebbe essere espresso dal passo di Giovanni: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3,16).

La divinità del Padre, angelo di sinistra, è simbolizzata dai suoi abiti: un mantello color lilla che ricopre una tunica azzurra. Il lilla, essendo un colore sfumato, evanescente e quasi trasparente, ben si adatta ad esprimere il mistero e la trascendenza.

Il mantello, appoggiato su entrambe le spalle, a differenza del Figlio e dello Spirito, sta ad indicare che il Padre non è inviato, ma invia gli altri due. L’iniziativa del Padre è espressa anche dal piede sinistro, che sembra intraprendere un passo di danza, cui risponde lo Spirito, inviato nel mondo dopo il Figlio.

Angelo di sinistra: il Padre

La staticità del Padre, che si erge diritto e maestoso, vuole ribadire che Egli è l’origine di tutto. Gli altri due angeli, la roccia, la casa, l’albero sembrano convergere verso di Lui, come verso la sorgente. Il gesto della mano e lo sguardo sembrano affidare una missione al Figlio. Il Padre non è nel mondo, le sue mani, infatti, non toccano la terra-altare, tuttavia le due dita alzate della mano destra esprimono la sua benedizione sul mondo, mentre il capo è inclinato per accogliere l’offerta amorosa del Figlio.

L’angelo centrale, il Figlio, indossa una tunica rosso vinaccia, colore della terra e del sangue, impiegato per indicare la natura umana assunta dal Figlio nell’Incarnazione. Egli attuerà la missione mediante il sacrificio di se stesso. Il mantello azzurro, sopra la veste rappresenta la sua natura divina. Esso è appoggiato su una spalla in quanto il Figlio riceve la sua missione dal Padre.

La stola gialla simboleggia la missione vittoriosa del Cristo "sacerdote", che ha dato se stesso per la salvezza del mondo ed è risorto, annientando l’ultimo nemico: la morte.

Il corpo ricurvo e lo sguardo d’amore proteso verso il Padre esprimono accettazione e docilità alla volontà paterna. Il Figlio è eternamente rivolto al Padre e vive da Figlio in perfetto accordo con la sua volontà.

La mano destra è vicina alla coppa dell’offerta, poiché Egli è la vittima di quel sacrificio significato dalla testa dell’agnello. La mano, mentre riproduce il gesto benedicente del Padre, si

Angelo centrale: il Figlio

appoggia alla terra-altare per alludere alla sua discesa nel mondo, la posizione delle due dita si riferisce, infatti, alla sua duplice natura umana e divina.

Il braccio destro si presenta grande e potente, poiché è il braccio creatore del Padre per mezzo del quale tutte le cose sono state poste in esistenza.

Il bastone pende leggermente verso lo Spirito Santo, quasi in una richiesta d’aiuto. Mentre il capo è delicatamente chinato verso il Padre, il resto del corpo, ginocchio, spalle, mani sono rivolti verso lo Spirito Santo. Figlio e Spirito Santo agiscono in perfetta collaborazione in vista dell’unica missione: riportare l’uomo nel cuore del Padre.

Lo Spirito Santo, rappresentato dall’angelo di destra, indossa sopra la tunica azzurra, simbolo della sua divinità, un mantello verde acqua (colore della vita, della crescita e della fertilità), richiamo alla sua forza vivificante, che ha risuscitato Cristo e che ha comunicato al mondo il significato pieno della Risurrezione. Egli è rappresentato, quindi, come Colui che dà vita, Spirito di amore e di comunione.

Questo angelo ha l’espressione più riservata rispetto agli altri due. Egli è maggiormente piegato sulla mensa, in atteggiamento di ascolto, umiltà e docilità. Con questa postura sembra voler rivelare l’aspetto tipicamente femminile dell’amore: l’accoglienza, la custodia. Si tratta di elementi necessari, che saranno fecondati nel segreto.

La sua mano cadente sulla terra-altare addita il mondo come destinatario della benedizione. Ad esso Egli dona la vita che scaturisce dalla coppa del sacrificio e, nello stesso tempo, partecipa della benedizione della coppa.

Angelo di destra: lo Spirito Santo

Lo Spirito prende parte al dialogo divino e manifesta la sua prontezza ad essere inviato nel mondo per continuare l’opera del Figlio. Il suo atteggiamento è di pura oblatività, di pieno consenso e di totale dono nella disponibilità a compiere l’opera di santificazione.

Il mantello, anche in questo caso appoggiato solo su una spalla, ed il piede, che sta rispondendo alla danza iniziata dal Padre, traducono il suo accingersi a partire per la missione affidatagli: "Quando però verrà lo Spirito di verità, Egli vi guiderà alla verità tutta intera... dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future" (Gv 16,13).

Oltre alle mani, che convergono verso la terra (raffigurata dal lato anteriore della tavola-altare), i personaggi divini hanno il collo visibilmente dilatato, rigonfio del soffio vitale che stanno per riversare sugli uomini, attraverso le labbra socchiuse. Il movimento dei volti e la fissità degli sguardi trasmettono la perfezione della vita trinitaria, intrisa d’amore, nella quale ogni differenza converge in unità e la diversità sprigiona armonia, comunione, riconciliazione delle differenze e pace.

Alcuni particolari

Dietro l’angelo di sinistra si intravede la casa del Padre, dove Egli ci attende assieme al Figlio. Essa è la casa in cui l’uomo non può tornare da servo, ma solo da figlio e mediante il Figlio che ci ha preceduto per prepararci un posto. La casa, inoltre, è simbolo della Chiesa, figlia anch’essa in quanto "corpo" di Cristo e dimora del Dio-con-noi.

La quercia di Mamre interpreta, contemporaneamente, l’albero di morte, poiché ricorda la caduta di Adamo, e quello di vita, in quanto richiama il legno della croce, sul quale Cristo, l’uomo nuovo, ha pagato il riscatto. Infatti, è significativo che il nuovo albero della vita, la croce, si innalzi proprio dalla tomba di Adamo.

La roccia-monte, che si scorge dietro lo Spirito, è insieme simbolo di protezione, del luogo in cui Dio si manifesta, ed anche dell’ascesa spirituale, della preghiera e della contemplazione.

Il vitello, che originariamente era offerto da Sara in un vassoio, con Rublëv diviene la coppa eucaristica, l’agnello sacrificale. Si tratta dello stesso agnello che "è stato immolato prima della fondazione del mondo. L’amore, il sacrificio, l’immolazione precedono l’atto della creazione del mondo, sono alla sua sorgente".

Il fondo e le aureole (nimbi) d’oro sono simbolo della luce divina. La luce nell’icona non è naturale, ma spirituale in quanto proviene dalla grazia ricevuta, per mezzo dello Spirito Santo, prima dall’iconografo, nella contemplazione del mistero da rappresentare, successivamente da colui che, in preghiera, contempla l’icona.

            Spiritualità dell’icona

L’icona, con la sua ricca simbologia, rappresenta il mistero fondamentale della fede cristiana: Dio uno e trino. Nello stesso tempo ci mostra il fondamento teologico della Chiesa: essa è rivelazione del Padre, nel Figlio per mezzo dello Spirito Santo.

Nell’icona si scorgono vari tempi del "Consiglio della Santissima Trinità", noto ai padri della Chiesa:

1) il tempo che precede l’evento biblico di Gen 18, indicato dall’ambiente naturale (terra, monte, luce…) e dalla sottostante struttura ottagonale;

2) il tempo di Abramo, segnalato dagli angeli, dall’albero, dalla montagna, dall’altare che richiama il fuoco degli olocausti;

3) il tempo posteriore, collegato all’Incarnazione del Figlio di Dio. La struttura sottostante è la croce. L’albero richiama contemporaneamente l’albero del paradiso, a causa del quale cadde il primo Adamo, e quello della croce, per mezzo del quale il secondo Adamo, Cristo, risollevò, vivificò e fece risorgere il primo. La coppa, situata sulla tavola, indica il nutrimento per l’uomo. Il rettangolo costituisce il luogo su cui venivano poste le reliquie dei martiri.

Un quarto momento, quello intra-divino, è soltanto suggerito, in quanto rimane trascendente. Tuttavia è presente poiché l’economia della salvezza proviene dalla vita interiore di Dio.

In un medesimo sguardo si possono contemplare le "processioni" e le "missioni". In realtà si tratta dello stesso profondo movimento: esso è circolare, parte dal piede destro dell’angelo di destra, continua nell’inclinazione della sua testa, passa per l’angelo del centro e continua nell’angelo di sinistra, dove entra in un riposo attivo. Il circolo rimane aperto, dando la sensazione che i Tre stiano aspettando qualcuno, invitato a prendere parte con loro al banchetto.

Sulla tovaglia bianca si trova una umile coppa, attorno alla quale gravita tutto. L’icona ci mostra l’angelo di destra, che mentre offre piena accoglienza a ciascun invitato, attende una risposta: lasciarsi ricevere dallo Spirito.

Il calice sulla tavola è disposto in modo tale da consentire a colui che si siede al banchetto di essere il più vicino. Quel posto libero è un invito esplicito rivolto a colui che contempla, come se fosse l’unico al mondo, l’atteso, il desiderato, il già accolto: "Padre voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io… Perché siano una cosa sola, come noi" (Gv 17,11.24).

Quell’unico posto attende un solo uomo-umanità, un unico corpo formato dall’unità trinitaria tra gli uomini. È un invito a farsi "commensali della Trinità", a stare a "tavola" con l’umanità intera e con Dio, partecipando all’intimità del dialogo intratrinitario, al "Consiglio dei Tre" dove si tratta del destino del mondo e si è invitati a prendere la parola, a coniugare con Dio la storia, a intercedere per i Popoli. I Tre ascoltano e prendono in considerazione la parola dell’uomo che diviene intercessione capace di indurre Dio a modificare il suo progetto nel tempo. Dio Trinità è attento alla supplica del "commensale", la attende, non vuole essere da solo nella signoria dell’amore.

Al momento della comunione si realizza in senso stretto la Parola di Cristo: "Io sono glorificato in loro" (Gv 17,10). Chi riceve il Figlio riceve il Padre: "Siamo consumati nell’unità con Dio Padre per mezzo di Cristo. Ricevendo, infatti, in noi corporalmente e spiritualmente ciò che il Figlio è per natura, diventiamo partecipi e consorti di tutta la natura suprema".

Quell’accoglienza-attesa sottende, dunque, un invio. L’angelo di sinistra, il Padre, chiede al Figlio e allo Spirito di perpetuare la loro missione in colui che contempla, sino al compimento della comune attesa: Inviali sulle piazze e sulle strade delle città senza luce e conducano qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi gridando loro: ‘Per chi prende parte al banchetto del Regno, beatitudine e grazia per tutta la vita’. Si apre all’infinito il cerchio dell’icona; volti senza numero appaiono su quelli degli angeli. Vi si stringe una moltitudine amata e amante di tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue. "Perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17,25).

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